mercoledì 22 aprile 2015

Recensione: 1177 a.C. – Il collasso della civiltà


“1177 a.C. – Il collasso della civiltà”, titolo originale: “1177 BC The Year Civilization Collapsed”, di Eric H. Cline, traduzione di Cristina Spinoglio, edizioni Bollati Boringhieri, ISBN: 978-88-339-2579-0.
Nel corso del dodicesimo secolo a.C. il Mediterraneo orientale e vaste aree dell’odierno medio oriente erano già fortemente interconnesse dal punto di vista sociale ed economico. Vasti imperi e regni: gli egizi, gli ittiti, i cassiti, i mitanni, gli assiri, i minoici e i micenei erano strettamente legati in un sistema che alternava relazioni politiche pacifiche, cementate non di rado da matrimoni fra i membri delle élite al potere, scambi di doni, corrispondenza e visite di cortesia, a lotte per il dominio territoriale e il controllo delle estese rotte commerciali che, sulla base di recenti scoperte storiche si estendevano fino al lontano Afghanistan, principale fornitore di stagno dell’area e componente fondamentale del metallo che finì per identificare tutto questo lungo periodo storico, il bronzo.
Siamo, infatti, nella tarda età del bronzo, da lì a poco, comincerà l’era del ferro, che vedrà i natali non solo sulla base dell'applicazione di nuove tecniche metallurgiche ma anche su nuove forme di organizzazione e ordine sociale sorte sulle ceneri dell’ordine precedente.
Ma cosa mise in crisi tale vecchio sistema, collaudato da secoli? Chi o cosa distrusse i grandi palazzi micenei o dell’isola di Creta? Chi erano i misteriosi aggressori citati in una tavoletta d’argilla rinvenuta ad Ugarit e scritta poco prima che la città venisse distrutta? Perché gli abitanti abbandonarono Hattusa, capitale degli Ittiti e fino a pochi anni prima cuore pulsante di un potente impero che trattava alla pari con i potenti faraoni? Da dove venivano i misteriosi “Popoli del mare”? Cosa li mise in movimento? …
L’Autore, attraverso uno stile brioso e non privo di suspense, cerca di spiegare tutto ciò proponendo una trama persuasiva e costruita sulla sintesi delle scoperte archeologiche degli ultimi trent’anni. Espone una tesi basata su uno scenario tipo “Tempesta perfetta”, nel quale una serie di importanti cambiamenti e fattori naturali si sommano ad altri eventi casuali e a fattori sociali, politici e economici, amplificandosi gli uni con gli altri.
Insieme a una credibile ricostruzione della crisi di quella che potremmo definire come la prima società globalizzata della storia dell’uomo, l’Autore ci lascia anche un chiaro messaggio per leggere il presente; le società globalizzate sono vulnerabili, il collasso può avvenire rapidamente e un insieme di fattori di per sé non critici, se presi singolarmente, possono portare al collasso organizzazioni e strutture che ai nostri occhi appaiono solide e indistruttibili ma la cui resistenza è solo illusoria.
Forse, dunque, dovremmo sforzarci di più per scrutare i cieli in vista dei “Cigni Neri” di Nassim Taleb che, fatalmente, sempre arrivano.

giovedì 9 aprile 2015

Recensione: Non desiderare la terra d’altri. La colonizzazione italiana in Libia


“Non desiderare la terra d’altri. La colonizzazione italiana in Libia”, si Federico Cresti, edizioni Carocci, ISBN: 978-88-430-5703-0.
Il saggio racconta le vicissitudini della colonizzazione agricola della Libia, concentrandosi soprattutto sulla descrizione dell’attività che si sviluppò in Cirenaica grazie alle iniziative dell’ECC, l’Ente per la Colonizzazione della Cirenaica. L’Autore parte da prima della conquista della Libia da parte dell’Italia fornendo una descrizione del contesto fisico e politico dell’altopiano cirenaico, allora sottoposto formalmente al dominio turco, ma in realtà governato dalla confraternita senussita. Riguardo alle potenzialità agricole della regione, vengono fin dall’allora delineate alcune buone opportunità di adattamento delle zone migliori ad un tipo di agricoltura assimilabile a quello del meridione d’Italia e basata su un misto di colture cerealicole e arboree (soprattutto vite e ulivo). Emergono però fin da subito anche le ineludibili difficoltà di condurre in quei luoghi un piano di valorizzazione agricola che dipendono sia da fattori fisici e idrogeologici sia dal contesto socio culturale delle popolazioni che abitano quei territori. I problemi dell’approvvigionamento idrico, legati all’instabilità del livello pluviometrico e alla natura carsica del terreno (che favorisce il rapido drenaggio delle acque) furono già messi in luce già nel 1909 durante una spedizione finanziata dal Jewish Territorial Organization, con la finalità di valutare la possibilità di istallare laggiù un insediamento ebraico e. in quel contesto, le risorse del territorio furono ritenute non sufficienti per permettere tale tipo di esperimento, soprattutto perché l’operazione avrebbe richiesto ingenti investimenti finalizzati alla soluzione del problema della stabilizzazione delle risorse idriche.
Dopo l’invasione italiana, fu necessario attendere la fine della prima guerra mondiale per poter cominciare l’opera di valorizzazione della nuova colonia. A questo fine venne creato l’Ente per la colonizzazione della Cirenaica (ECC). Esso però, cominciò a produrre risultati concreti solo a partire dagli anni trenta del novecento, sia a causa di problemi oggettivi, a cominciare da quello dell’ordine pubblico (fu necessario una lunga e discutibile serie di campagne militari per avere ragione della resistenza locale), sia a causa dei problemi di sottocapitalizzazione dell’ente che non permettevano di affrontare immediatamente tutti quegli investimenti che sarebbero stati necessari. Fu comunque solo sul finire degli anni trenta e, pertanto, a ridosso dello scoppio della seconda guerra, mondiale che effettivamente fu possibile cominciare ad attivare in modo massiccio e relativamente efficiente il piano di colonizzazione agricola che ebbe la sua consacrazione pratica e mediatica, accuratamente pianificato dal regime fascista, prima attraverso l’insediamento dei cosiddetti “Ventimila” nel corso del millenovecento trentotto, ai quali seguirono gli “Undicimila” nell’anno successivo.
Difficile fare un bilancio di tali iniziative, che furono rapidamente vanificate dalla disfatta bellica e dalla conseguente perdita di sovranità da parte dell’Italia. Dall’opera di Cresti emerge un quadro che, a pare mio, sembra sancire un certo successo di tali programmi che, effettivamente, portarono ad una sensibile valorizzazione agricola del territorio. Tale opera avrebbe probabilmente portato a risultati ancora più significati se l’Italia non si fosse lasciata coinvolgere nella sciagurata avventura del secondo conflitto mondiale. Bisognerebbe poi tenere conto non solo dello sforzo economico e, se vogliamo, dei primi risultati a cui portò l’esperimento, ma anche del costo sociale che esso comportò. Bisogna infatti ricordare che la colonizzazione agricola, seppur impostata, tutto sommato, razionalmente si basava su una visione profondamente ideologica propugnata dal regime fascista e fu fatta a scapito delle popolazioni arabe che, di fatto, furono espropriata delle terre migliori e confinate nelle terre marginali adatte alla pastorizia e meno idonee a supportare un tipo di agricoltura intensiva.
In sintesi, il saggio di Federico Cresti risulta un’opera interessante, anche se, è bene sottolinearlo, un po’ specialistica e ci aiuta a comprendere bene sia il passato che il presente di quei territori. Soprattutto a noi italiani, “Non desiderare la terra d’altri” dovrebbe anche aiutarci a rammentare le conseguenze nefaste delle nostre interferenze e i costi sociali ed economici, mai chiaramente ammessi, causati dal nostro colonialismo.  

lunedì 23 marzo 2015

Recensione: Il Grande Califfato


“Il Grande Califfato”, di Domenico Quirico, edizioni Neri Pozza, ISBN: 978-88-545-0891-0.
Domenico Quirico, giornalista de La Stampa è un grande conoscitore delle società islamiche. Prigioniero di un gruppo jihadista in Siria per un periodo di cinque mesi nel corso del 2013, ha anche sperimentato sulla propria persona gli effetti perversi dell’estremismo islamico. Ne “Il Grande Califfato” descrive un fenomeno sia geografico sia storico, le cui radice risalgono lontane nel tempo. L’idea del Califfato, nel mondo islamico è vecchia di secoli e si riaggancia, dal punto di vista dei musulmani, soprattutto di quelli più militanti, all’età dell’oro di quella istituzione politica e religiosa che è l’Islam, quella dello slancio iniziale, prolungato e dilagante che li portò a estendere la loro fede per buona parte di tre continenti. Più recentemente però, anche i semi di questo ritorno sono germogliati lontano nel tempo, Quirico li fa risalire fin alle guerre di Cecenia. Lentamente,  il testimone passa da gruppo estremista a gruppo estremista, mentre il fondamentalismo muta e passa dal caratterizzare aspetti locali e circoscritti ad assumere un aspetto globalizzato per poi, infine, incarnarsi in un progetto politico e territoriale preciso, il Califfato dell’ISIS che, si insedia in Siria e Iraq ma raccoglie adesioni in tutto il mondo islamico, dal Medioriente al Maghreb, giù fino all’Africa Nera dei Boko Haram e al Corno d’Africa degli Shebab, nelle steppe dell’Asia e nelle periferie delle città europee. Quirico quindi ci porta in giro per buona parte di quelle terre che furono e, in parte sono ancora, il “Dar al Islam”, i territori dove storicamente si estese il dominio musulmano e, attraverso un continuo andirivieni fra passato e presente, ci dimostra come le radici del fondamentalismo debbano essere ricercate lontane nel tempo  L’Autore ci spiega, in parte le ragioni di tale fenomeno che, ovviamente, nasce innanzi tutto dalla crisi, dal sottosviluppo e da conflitti etnici e generazionali che oppongono popolazioni immiserite e deluse e giovani disoccupati e ormai privi di speranze a élite politiche corrotte o, comunque, incapaci di affrontare efficacemente il loro problemi. L’Autore ci mostra anche i limiti della nostro modello culturale e politico, incapace anch’esso di assimilare veramente le seconde e persino terze generazioni di immigrati e, neanche troppo tra le righe, critica la nostra debolezza spirituale, l’incapacità del mondo occidentale di proporre, al di là di un modello consumista e di un ideale democratico sempre meno credibile pure ai nostri occhi, un’alternativa morale convincente che vada a contrapporsi al manicheismo di matrice islamica.

A mio avviso, però, la visione dell’Autore ha anche qualche difetto, Quirico individua chiaramente le cause del male ma non è altrettanto esplicito nell’illustrare una soluzione. Il saggio si chiude con una descrizione della battaglia di Poitier (732 d.C.), per alcuni scontro marginale, per altri evento storico che determinò l’arresto della prima marea islamica. Così inizia il capitolo, citando L’Anonimo di Cordoba: “Al momento dell’attacco … i popoli del nord restarono immobili, come un muro di ghiaccio, stretti gli uni contro gli altri come immobilizzati dal freddo, e uccisero gli Arabi a colpi di spada …”.
 Qual è il messaggio?   

venerdì 6 marzo 2015

Recensione: Battle Royale


“Battle Royale”, di Koushun Takami, edizioni Mondadori, ISBN: 978-88-04-58687-6.
Ogni anno, nella Repubblica della Grande Asia dell’Est, alcune classi della terza media vengono scelte per partecipare al “Programma”. Esso prevede di collocare gli alunni di una stessa classe in un luogo isolato appositamente predisposto che dovrà fungere da scenario e da arena per la “Battle Royale”.
La “Battle Royale” è un termine preso a prestito dalle gare di Wrestling e indica un combattimento dove un solo contendente fra molti può uscire vincitore.
Lo scopo del “Programma” o, per alcuni, del “Gioco” è dunque semplice, gli alunni dovranno competere in un confronto mortale dove saranno costretti a uccidersi fra loro fino a che non emerga un unico sopravvissuto.
La storia, scritta nel 1996 e pubblicata nel 1999 (fonte Wikipedia) è ambientata nell’anno 1997 in un Giappone distopico, retto da un regime dittatoriale, paranoico e richiuso su se stesso (seppur relativamente fiorente) e vede come protagonisti gli sfortunati quarantadue ragazzi della classe terza B, scuola media di Shiroiwa, provincia di Kagawa.
Non sarà difficile, per il lettore tracciare alcuni paragoni fra il clima che si respira nella Repubblica della Grande Asia dell’Est e quanto si riferisce a situazioni ben più reali, come quella della Corea del Nord o, persino, individuare alcuni paralleli con qualche noto disastro politico-sociale (e economico, ovviamente) di matrice asiatica, quale: l’esperienza cinese delle “Guardie Rosse” e del “Grande Balzo in Avanti”, oppure, il regime dei Khmer Rossi in Cambogia.
Ma non è per queste "dotte" ragioni che questo romanzo, a distanza di più di quindici anni dalla sua pubblicazione in Giappone (dove ebbe un notevole successo), sta acquisendo una certa notorietà anche da noi attraverso il semplice “tam tam” dei lettori. I suoi veri punti di forza sono nella trama, nell’ambientazione e, persino, nella caratterizzazione di alcuni personaggi, che richiamano molto da vicino il noto ciclo degli “Hunger Games”, lasciando nei più, lo sgradevole sospetto che la trilogia scritta dalla scrittrice Suzanne Collins, della quale, il primo romanzo fu pubblicato nel 2008 (fonte Wikipedia), sia in realtà un plagio, tra l’altro neanche particolarmente ben riuscito, alla luce di “Battle Royale”, dell’opera di Koushun Takami.
A scuola (ai miei tempi) ci ripetevano che copiare è male! In effetti, anche secondo il mio parere, “Hunger Games” si è dimostrato una scopiazzatura non all’altezza dell’originale (anche se a me il ciclo è comunque piaciuto!). Come lettore, però, non mi sento di biasimare troppo la scrittrice americana, infatti, senza di lei e senza il conseguente coro di indignazione che si è levato sempre più forte dalla tribù dei lettori, non mi sarei mai incuriosito nei confronti di “Battle Royale”; e questo sarebbe stato un peccato!
Prima, però, di definire questo romanzo come “Molto Bello” bisognerebbe intendersi chiaramente sui termini. “Battle Royale” è duro, crudo e cinico. Molte situazioni sono abbastanza realistiche e, di conseguenza, molto violente e oggettivamente disgustose. In più, lo stile di scrittura sembra riprendere un certo tono volutamente piatto e, pertanto, visto il contesto, inquietante; proprio quello che ci si aspetterebbe di trovare leggendo il resoconto di un bollettino burocratico. Infine, l’Autore pone una certa sadica meticolosità nel dimostrarsi preciso nella descrizione di alcuni particolari, ad esempio le caratteristiche delle armi in genere e, di quelle da fuoco in particolare.
Si tratta quindi di una lettura adatta a chi sa già cosa va a trovare. Il clima dominante sono il panico, la paura di essere uccisi e l’istinto di sopravvivenza mentre, tutti i valori sociali e morali nei quali credono almeno alcuni degli sfortunati protagonisti, verranno seriamente messi in crisi di fronte al materializzarsi dell’hobbesiano “Homo homini lupus” (a questo proposito sarà illuminante la spiegazione finale riguardo agli obiettivi del “Programma”).
Anche il finale risulterà piuttosto imprevedibile (o persino troppo scontato J?!), in ogni caso, anche riguardo a questo punto non mancheranno certo le sorprese.  

mercoledì 25 febbraio 2015

Recensione: How much is enough? Money and the Good Life - "Quanto è abbastanza? Il Denaro e la Vita Buona"


“How much is enough? Money and the Good Life”, di Robert e Edward Skidelsky, edizioni Penguin Books, ISBN 978-0-241-95389-1.

Gli Autori impostano il loro saggio in conformità a una famosa previsione dell’economista John Maynard Keynes che, durante una conferenza tenuta a Madrid nel 1930 tenne un intervento sulle “Possibilità economiche per i nostri nipoti” (Economic possibilities for our Granchildren). Nel corso di questo intervento, Keynes stimava che nei futuri cento anni sarebbe più che quintuplicata la produzione di beni e servizi e che, di conseguenza sarebbe venuta meno molta della necessità di lavorare, posto che, un aumento così rilevante della ricchezza avrebbe permesso di coprire abbondantemente tutte le principali esigenze della popolazione. Di conseguenza, egli prevedeva che, sul finire del ventesimo secolo, la settimana lavorativa sarebbe stata pari a circa venti ore, il che avrebbe permesso di rivolgere molta della disponibilità di tempo libero acquisita ad attività culturali e ricreative.

Come ben sappiamo, le previsioni di Keynes si sono realizzate solo in parte, cioè riguardo alla sola componente legata allo sviluppo economico, che, effettivamente si è mossa in accordo alle stime dell’economista. Invece, la riduzione dell’orario lavorativo non si è realizzata nei termini previsti e anzi, dopo una diminuzione, comunque meno visibile rispetto a quanto stimato, sembra ora destinata a stabilizzarsi se non, persino, a invertire il suo supposto trend discendente.

Secondo gli Autori le ragioni per le quali non avviene un rallentamento dei ritmi lavorativi proporzionale all'aumento della ricchezza, sono essenzialmente socio-culturali, politiche e psicologiche. In parte dipende proprio da com’è organizzato il sistema economico che tende a “costringere” le persone a lavorare (quelle che hanno un posto di lavoro, ovviamente!) anche oltre a quanto effettivamente desidererebbero, però, forse, le cause principali vanno ricercate nella sfera personale e in quella più allargata socio-politica. Per gli Autori, con l’età moderna è proprio cambiato il modo di vedere il “lavoro” che, progressivamente si è svuotato del significato che lo vedeva come una necessità legata alla sopravvivenza e, se vogliamo come una dannazione biblica. Il lavoro è diventato spesso fine a se stesso e non più semplicemente finalizzato al soddisfacimento dei propri bisogni che, tra l’altro, crescono continuamente e artificiosamente in virtù di un meccanismo che s’incarica di creare sempre nuova “domanda” e non si limita semplicemente a soddisfare quanto è richiesto spontaneamente. Da qui nasce la domanda che è anche il tema del libro: “Quanto ti è sufficiente?” (How much is enough?), quanti beni, patrimonio, gadget deve accumulare un individuo per dichiararsi intimamente soddisfatto? Da questo interrogativo nasce l’invito a riflettere sugli obiettivi e sul significato della propria vita e, magari valutare se non valga la pena rallentare la “Corsa dei criceti” (Rat race) e a scendere dalla giostra.

Gli Autori recuperano il concetto della ricerca e della pratica della “Vita Buona” (Good Life), illustrato soprattutto da Aristotele e incorporato nella cultura cristiana (cattolica, più che altro), ma presente come precetto moralistico un po’ in tutte le società tradizionali. La Vita Buona, implica equilibrio fra lavoro, tempo libero e ricerca del “piacere”, fra individualismo e ottiche sociali, sottintende un rapporto equilibrato con l’ambiente circostante e con la natura in particolare.

La ricerca della Vita Buona, secondo gli Autori, ha dei presupposti in alcuni “Beni” fondamentali che essi elencano. La loro scelta cade su concetti allargati di: salute, sicurezza, rispetto, personalità e armonia con l’ambiente. Inoltre, riconoscendo che, l’obiettivo della Vita Buona deve essere perseguito individualmente ma, spesso, necessità del supporto culturale e imperativo dell’intera società, essi individuano anche una serie di strumenti politici ed economici che possano incoraggiare le persone in questo senso. In primo luogo, di fatto, auspicano politiche fiscali tese a ridurre l’eccessiva concentrazione di ricchezza e finalizzate a scoraggiare l’accumulo fine a se stesso di capitali e risorse, con l’idea, neanche troppo velata che, in fondo, una società armoniosa debba essere  anche sostanzialmente molto più egualitaria di quanto avvenga ora. Essi, poi, suggeriscono alcuni strumenti specifici, ad esempio, l’introduzione di politiche tese a diminuire l’orario di lavoro e a disincentivare l’allungamento della giornata lavorativa; l’aumento dei salari medi, magari a scapito delle retribuzioni eccessive; l’introduzione di rendite o sovvenzioni da distribuire “a pioggia” a tutti i cittadini e finalizzate a distribuire parte della ricchezza nazionale (come ad esempio avviene in alcuni paesi che distribuiscono ai cittadini parte delle rendite petrolifere); o ancora, maggior regolamentazione delle forme di pubblicità promozionale. Tutto ciò, anche in conformità a una visione più moralistica e paternalistica della politica e del governo e, pertanto, andando un po’ in controtendenza rispetto alla visione più individualistica ma anche più libertaria che, oggi giorno, è prevalente.

In sintesi il saggio espone una certa critica all’attuale modello capitalistico e sociale, entrambi basati su modelli consumistici e di “crescita” ad ogni costo. Esso, quindi, riprende in un’ottica più filosofica un filone di riflessione che, a parer mio, ora appare molto dibattuto.

Il suo principale difetto è di rimanere sul vago riguardo ai modi in cui, effettivamente, una società intera possa trovare l’assetto e l’accordo politico e, soprattutto, i modi e gli interventi effettivi, che permettano di interrompere o almeno rallentare la “Corsa dei criceti”.

La parte più convincente è quella che propone un modello di riflessione individuale e culturale. Lo spirito della “Vita Buona” può essere incoraggiato e diffuso proattivamente come obiettivo educativo e sociale, ma rimane pur sempre, una scelta eminentemente personale, c’è quindi un pur minimo spazio che dipende dalle scelte di ognuno e che pertanto può essere portato avanti a livello di scelta personale e nei limiti consentiti dai vincoli imposti dal “Sistema”.

mercoledì 18 febbraio 2015

Quale soluzione per la Libia?


 E’ passato molto tempo dal marzo 2011, mese in cui venne approvata la risoluzione n° 1973 dell’ONU che autorizzava l’istituzione di una “No fly zone” sulla Libia al fine di minare le possibilità di reazione del regime dittatoriale del colonnello Gheddafi. Probabilmente, anche allora, con qualche sforzo previsionale, sarebbe stato possibile intuire che, riaprire il vaso di Pandora delle mutue ostilità fra i diversi clan libici, avrebbe potuto far precipitare nel caos la situazione di quei territori. Personalmente, anche senza essere un esperto, anch’io (nell’estate del 2011) paventavo questa possibilità.

Ora, non è certo il caso di rimpiangere personaggi come Gheddafi, noto però che, dopo la breve stagione della “Primavera Araba” che avrebbe dovuto, nelle intenzioni, fare un po’ di pulizia nei diversi regimi dittatoriali mediorientali, l’Occidente si sta riallineando alla solita politica di appoggio dell’uomo forte del momento. Non si disturba più troppo Assad in Siria, si da piena fiducia ad Al Sisi in Egitto e, chissà, magari ci si prepara ad appoggiare direttamente qualche fazione libica o qualche personaggio ambiguo come l’ex generale libico Khalīfa Belqāsim Haftar, già responsabile del malriuscito golpe di inizio 2014. In questi giorni poi, in seguito all'intervento egiziano si riparla di risoluzioni ONU, soprattutto ora che in Europa e, soprattutto, in Italia si trepida per il “rischio” che l’ISIS metta piede sul suolo del Belpaese (ipotesi che trovo un po' ridicola!).
Chiaramente è assurda l’ipotesi di un’invasione dal mare e pure, è difficilmente immaginabile un attacco con altre tipologie di armi (qualcuno si ricorderà ancora del “mitico” lancio di missili SCUD verso Lampedusa del 1986 in ritorsione del bombardamento USA!), la Libia, infatti, anche quando aveva un esercito più credibile, non è mai stata in grado di porre una minaccia seria alla nostra penisola. Invece, non si possono escludere attentati da parte di cellule interne affiliate o di esaltati, ma questo rischio, non poteva essere sottovalutato neanche prima, ed è sempre presente, come possono dimostrare i recenti fatti avvenuti in Francia e Danimarca.
In pratica, lo spauracchio dell’ISIS nei nostri confronti non è credibile se non nelle forme che erano già attuabili anche il mese scorso. Detto ciò, l’intervento egiziano, un po’ come quello giordano in Siria, pone nuovamente il problema del “Che fare” rispetto a una nuova risoluzione ONU che magari autorizzi un intervento di terra.
Rispetto a questo punto, ci sarebbero più fattori da tenere in considerazione, soprattutto per l’Italia.  Noi, come ex potenza coloniale, abbiamo delle ragioni in più per tenerci fuori dalla mischia. Un nostro intervento aggressivo, che si manifesti in qualsiasi forma, sarebbe, infatti, un regalo alla propaganda filo ISIS , tanto più che il nostro regime ha lasciato brutti ricordi (alimentati dal regime di Gheddafi nel corso di tutta la sua dittatura) nelle popolazioni libiche e, soprattutto, in Cirenaica. Riguardo all’intervento di terra poi, rimane sempre il problema di chi lo debba attuare e, soprattutto, sul chi (quali fazioni) dovrebbe favorire. La Libia è un ginepraio, su quali uomini, fazioni, milizie si dovrebbe puntare per costituire un governo?
Invece, per quanto riguarda il “Chi” lo debba attuare, io personalmente ho un’idea abbastanza forte a riguardo che vale per la Libia come per la Siria e l’Iraq; queste sono vicende arabe e sono i paesi arabi che se ne devono prendere carico uscendo dall’ambiguità, troppo facile continuare a barcamenarsi fra i sogni di restaurazione delle glorie passate e le istanze di modernità nascondendosi, quando serve, dietro il dito delle (innegabili) ingerenze e dell'imperialismo occidentali. Non manderei soldati “crociati” in quelle lande con il rischio di mettere tutti d’accordo intorno al concetto di “invasore infedele”. Se la cavino fra musulmani, quindi, mettendo ordine in casa loro e alla loro maniera, oppure rimangano impantanati in un’eterna lotta fratricida che, retorica e belle parole a parte, a noi in fondo non disturba più di tanto.

giovedì 12 febbraio 2015

Recensione: Il Capitale nel XXI° Secolo


“Il Capitale nel XXI° Secolo”, titolo originale: “le Capital au XXIe siècle”, di Thomas Piketty, traduzione di Sergio Arecco, edizioni Bompiani, ISBN: 978-88-452-7773-3.
 
Il saggio di Piketty si concentra su alcuni punti essenziali riguardanti l’importanza economica, politica e sociale del ruolo del capitale.

A parer mio, l’autore ha svolto un lavoro di ricerca e di raccolta statistica notevole che permette di supportare le tesi esposte in modo convincente. Dal punto di vista dello stile di scrittura, il saggio si presenta come impegnativo (almeno rispetto al numero di pagine) ma finisce per essere abbastanza scorrevole. Soprattutto, l’Autore adotta un linguaggio divulgativo semplice e chiaro e il testo è piacevolmente inframmezzato da una serie di rappresentazioni grafiche sintetiche ed efficaci. L’insieme ha il pregio di rendere i concetti esposti accessibili e comprensibili a tutte le tipologie di lettori, ancorché relativamente “digiuni” di questioni economiche. L’unico aspetto un po’ fastidioso che caratterizza quest’opera è, a parer mio, il ripetersi di alcuni concetti di base che appesantiscono eccessivamente una narrazione che avrebbe potuto essere più concisa.
 
Le tesi di Piketty hanno lo scopo di dimostrare come esista il ragionevole sospetto che il nostro modello economico sia fortemente influenzato da fattori che tendano ad accentuare, anziché attenuare le differenze fra i redditi e fra i diversi patrimoni e che vede progressivamente aumentare il peso e il ruolo del capitale in rapporto alla produzione dell’intero reddito nazionale.

Tali affermazioni, sebbene anche intuitivamente, possano accordarsi con quanto sia possibile costatare osservando l’evoluzione degli eventi negli ultimi decenni (si pensi, ad esempio, ai “super stipendi” che caratterizzano l’alto management delle multinazionali o alle statistiche sui patrimoni dei miliardari redatta dalle riviste di “gossip”), sarebbe in contraddizione con quanto previsto più ottimisticamente dall’economista Simon Kuznets negli anni cinquanta del novecento, che prevedeva una progressiva diminuzione delle disparità nei redditi al crescere dello sviluppo economico. Le previsioni di Kuznets si sono accordate abbastanza bene con quanto è effettivamente accaduto nei principali paesi industrializzati nei primi ottant’anni del novecento; dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, infatti, i principali paesi occidentali hanno assistito per circa trent’anni sia a una lunga fase di sviluppo, sia a una riduzione delle diseguaglianze sociali, resa percepibile dalla crescita sostanziale della cosiddetta “Classe media”. Poi, però, dagli anni ottanta del novecento le diseguaglianze hanno ricominciato a crescere, sia nei paesi sviluppati, sia in quelli in corso di sviluppo.

L’aspetto importante sottolineato da Piketty è che, in un’ottica di lungo periodo che preveda tassi di crescita economica e della popolazione non particolarmente sostenuti, le diseguaglianze tenderanno a crescere in maniera strutturale poiché il tasso di rendimento del capitale è costantemente superiore al tasso di crescita media dell’economia reale. Uno scenario di questo tipo sarebbe, secondo l’Autore quello caratteristico del nostro “Lungo periodo”, caratterizzato da tassi di crescita molto lenti e solo episodicamente inframmezzato da periodi di rapida accelerazione economica. In pratica, sarebbe una pura e semplice chimera il prospettare lunghi periodi di crescita sostenuta e tali da ridurre “naturalmente” le diseguaglianze. Invece, un tipo di trend come quello di lungo periodo descritto dall’Autore, andrebbe a tutto vantaggio di chi ha a disposizione delle rendite e, soprattutto, tenderebbe a premiare la trasmissione dei patrimoni da una generazione all’altra rispetto a quanto, invece, favorisca il reddito da lavoro e il risparmio che si possa conseguire attraverso la propria attività di una vita.

Va rilevato che, normalmente è riconosciuto come le società di “rentier” o, comunque molto polarizzate rispetto al possesso della ricchezza, tendano a ingenerare contrasti e resistenze nei confronti dell’idea di “Democrazia”, qual è normalmente concepita e che, in linea di principio, si accorda con il concetto di “Classe media” e si sviluppa in conformità d’idee e ideali che mettono in risalto il merito, la mobilità sociale e le pari opportunità, contrapponendole al concetto di status ereditato per diritto di nascita.

L’Autore pensa che il periodo storico che ha visto la caduta dell’importanza della rendita del capitale dopo la “Belle Epoque” cui è seguita l’impetuosa crescita economica dei paesi occidentali dopo la seconda guerra mondiale per i successivi trent’anni (“the fabulous thirties”) sia, stata, sostanzialmente, un’eccezione alla regola dovuta alla combinazione di eventi traumatici ed eccezionali: le due guerre mondiali, intervallate dalla Grande Depressione, e la successiva lunga fase di sviluppo economico. Durante questo periodo eccezionalmente “volatile” si sono rese necessarie ampie riforme politiche e fiscali in senso redistributivo e ha preso forma l’insieme di ammortizzatori sociali che rientrano sotto il termine di “welfare”. Dalla metà degli anni ottanta del novecento, però, è cominciata, un po’ in tutti paesi sviluppati, una fase di riflusso, determinata, sia da un rallentamento della crescita, sia da una serie di riforme politiche tese a erodere in senso liberista il ruolo centrale dello Stato, i forse eccessivi disavanzi, ma anche finalizzate a ridurre il peso del welfare. Nel frattempo è cambiata anche la politica fiscale che, per una serie complessa di combinazione di fattori, ha finito per involvere in senso sostanzialmente regressivo e a tutto danno del “Ceto Medio”. Si è assistito al nascere di teorie fiscali liberiste un po’ dubbie o, quanto meno, poco intuitive, che hanno avuto un certo successo almeno durante l’ultimo ventennio del novecento, cito ad esempio quella basata sul concetto di “Trickle Down” (letteralmente “Sgocciolamento”) che ha avuto un certo successo negli USA e nel Regno Unito e che si basa(va) sul concetto che detassando i redditi più elevati si sarebbero favoriti i consumi delle classi agiate e, di conseguenza, la ripresa economica (!!!). In ogni caso, e questo già a partire dagli anni cinquanta, ci si è progressivamente allontanati dalle politiche, sicuramente in odore di populismo, ma certamente punitive nei confronti degli alti livelli di reddito (anche con aliquote fiscali superiori al 90% per certi scaglioni) e di capitale, inaugurate durante la Grande Depressione e, a volte, messe in atto al termine della seconda guerra mondiale (Piketty, ad esempio, cita il caso francese della tassa straordinaria sul capitale, escussa nell’immediato dopoguerra) con il proposito di colpire i sovra profitti, i livelli di reddito eccessivamente alti, oppure le posizioni dominanti. A ciò bisogna aggiungere che la concorrenza fra Stati, al fine di attrarre investimenti produttivi, ha notevolmente diminuito la tassazione reale sulle imprese (soprattutto se si tiene conto anche dell’effetto di contributi e incentivi) e la progressiva liberalizzazione nella circolazione dei capitali ha favorito la fuoriuscita e l’occultamento di enormi masse finanziarie sottraendole a ogni possibilità reale di imposizione equa. Aggiungiamo, infine, che le tasse di successione hanno perso anche quella poca importanza relativa che avevano assunto in passato e, soprattutto, è facile costatare come i grandi patrimoni (intestati a fondazioni, trust e società anonime …), di fatto, non vengono pressoché più toccati da esse.

Per sintetizzare, a me sembra che il cuore del messaggio dell’Autore possa essere così riassunto:

1)      Il trend di lungo periodo che caratterizza il nostro contesto macroeconomico si basa su una situazione che vede costantemente prevalere la rendita del capitale rispetto al tasso di crescita generale. Questo porta inesorabilmente a favorire l’accentramento della ricchezza e, di conseguenza, ad accrescere il potere di chi detiene il controllo dei grandi patrimoni (fondi sovrani, fondazioni, privati, ecc.).

2)      Il momento relativamente redistributivo che si è verificato durante “the fabulous thirties” è stato un’eccezione alla regola e, sulla base delle rilevazioni statistiche attuali, ci sono segnali che indicano il progressivo ristabilirsi della tendenza dominante di lungo periodo che premia i detentori di patrimoni importanti.

3)      Tale situazione è vista come potenzialmente pericolosa in funzione di un ideale democratico che, in sintesi, si basi su delle società civili orientate verso principi redistributivi e assicurativi fra gli individui e che prevedano un modello meritocratico e uno schema egualitario almeno sotto il punto di vista delle “pari opportunità”.

4)      Qualora si abbia interesse a sfavorire gli effetti del trend di lungo periodo che favorisce l’accumulo e la concentrazione del capitale, non si può far ricorso al “laissez faire” ma, al contrario, è necessario mettere in atto politiche fiscali che contrastino attivamente il fenomeno.

Se effettivamente ho interpretato correttamente il pensiero dell’Autore, ritengo di poter condividere sia le sue analisi, sia i suoi timori. Per me il saggio di Piketty andrebbe letto assolutamente.