"Il Capitale nell’antropocene”; di Saito Kohei, traduzione di Alessandro Clementi degli Albizi; edizioni Einaudi; Isbn 978-88-06-26008-8.
L’Autore, rivisitando
una serie di concetti tratti dalle teorie marxiste, sostiene l’incompatibilità
fra una crescita sostenibile e l’aspettativa di crescita perpetua che, egli
ritiene, non farà altro che esacerbare la crisi climatica.
Egli è particolarmente
critico nei confronti dei cosiddetti SDGs (Sustainable Development Goals) in
quanto, a suo avviso, sono impossibili da raggiungere all'interno di un sistema
capitalistico.
Egli, da parte sua,
propugna una forma di decrescita, che presuppone un allentamento dell'attività
economica attraverso la riforma democratica del lavoro e della produzione. Più
specificatamente, non solo auspica un ritorno dei cosiddetti “beni comuni” (es.
l’acqua) ad un sistema di proprietà sociale, ma sostiene anche la fine della
produzione e del consumo di massa, la decarbonizzazione attraverso la riduzione
dell'orario di lavoro e la priorità data ai lavori incentrati sulla cura della
persona.
Tutto bello (senza
ironia)!
È innegabile che le tesi
dell’Autore siano ragionevoli ed anche accattivanti (nonché, almeno in parte
attuabili!), ma si scontrano con quello che personalmente ritengo sia il
problema alla base della teoria marxista e delle sue varie, ancorché brillanti,
rivisitazioni moderne; ciò che mi rende scettico, infatti, è proprio il fatto
che si tratti di “teorie” e, diciamolo pure, di “utopie”, stante il modo in cui
siamo socialmente ed economicamente strutturati.
Escludendo infatti un
approccio “rivoluzionario” che già abbiamo visto a che risultati porta, il vero
problema sta proprio nel come raggiungere questi obiettivi in modo democratico,
posto che:
1) Non sono così sicuro che nessuno degli attuali sistemi democratici lo sia
effettivamente (ma questo è un problema mio 😊!).
2) Anche volendo però dare fiducia alle
tante concezioni di “democrazia” che abbiamo sperimentato e abbiamo di fronte
ai nostri occhi, non sono per niente certo che “democrazia” e “ricerca del bene
comune” siano concetti così strettamente correlati. Di fatto, entriamo nel
solito terreno scivoloso e pericoloso dove, sotto sotto, ci si chiede se al
“governo della massa” non dovrebbe subentrare un concetto oligarchico di
difficile definizione di “governo dei Saggi” (e i marxisti si sono dimostrati
dei super esperti nel cadere in questo genere di tentazioni!).
3) Guarda caso poi, sembrerebbe proprio
che i nostri sistemi politici siano pesantemente influenzati proprio da quel
sistema capitalistico che si vorrebbe riformare, e/o attenuare se non persino
abolire, ma al quale, in mancanza di meglio, un po’ tutti ne riconosciamo anche
i meriti. Tra l’altro, forse per il capitalismo vale ciò che si dice anche
della democrazia, ovvero che sono sistemi poco funzionanti ma che, alla fine, e
alla luce della nostra storia, siano il meno peggio che siamo riusciti a
concepire.
In altre parole, mi sa
che ci tocca stare a vedere e navigare un po’ a vista, sperando che il connubio
capitale/democrazia trovi nel tempo le soluzioni per i disastri e le
contraddizioni che nel frattempo produce.
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