venerdì 11 settembre 2026

QUALCHE RIFLESSIONE SUL SUCCESSO DELLA AFD IN GERMANIA E SUL MODO IN CUI LE SOCIETA’ SCIVOLANO VERSO I REGIMI.

 

QUALCHE RIFLESSIONE SUL SUCCESSO DELLA AFD IN GERMANIA E SUL MODO IN CUI LE SOCIETA’ SCIVOLANO VERSO I REGIMI.

Qualche giorno fa, il partito di AFD- Alternative für Deutschland ha conseguito un clamoroso risultato nelle elezioni in Sassonia, ottenendo un risultato di circa il 45% a fronte di un’affluenza massiccia degli aventi diritto (75% - Fonte: Corriere della Sera).

La sconfitta dei partiti storici, in primo luogo della CDU- Cristiano democratici (Christlich Demokratische Union Deutschlands) che, tra l’altro, si qualifica come una compagine di orientamento “conservatore”, è evidente, mentre il trend di crescita dei partiti dell’ultradestra in Germania e nel resto d’Europa sembra inarrestabile.

In questo contesto, spigolando fra le varie notizie sono “inciampato” in questo interessante articolo de “Il Fatto Quotidiano”:

https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/09/07/nazismo-chapoutot-legge-sangue-notizie/8495529/

che finisce per parlare di un libro: "La legge del sangue. Pensare e agire da nazisti", che ho letto tempo fa (circa 10 anni fa) quando era facilmente reperibile in libreria fresco di edizione.

Questo il mio commento di allora:

https://dariovarese.blogspot.com/2016/10/recensione-la-legge-del-sangue-pensare.html

Per farla breve, il Saggio si chiede come un’intera Società come quella tedesca abbia potuto cedere alle lusinghe del nazismo o quanto meno rimanere acquiescente finendo poi per avallarne l’ideologia e le scelte politiche. In particolare, ci si pone la domanda di come fosse avvenuto che una larga schiera di scienziati, intellettuali, eruditi e artisti di vario genere si siano trovati a proprio agio con l’ideologia nazista e con i presupposti (per me, quanto meno naive) sui quali essa poggiava.

Per me esiste una risposta abbastanza semplice alla domanda, la quale però, poi richiederebbe l’analisi di variabili molto più complesse e estremamente articolate.

Rimaniamo quindi alla mia risposta semplice (se vogliamo “semplicistica”).

Fu il malcontento crescente verso le politiche inefficaci (spesso solo percepite come tali, almeno se parliamo del campo economico!) messe in atto dai partiti tradizionali a spingere progressivamente una popolazione, in oggettiva difficoltà, a rivolgersi progressivamente verso le promesse del nazismo, poi, una volta che il potere del nazismo cominciò a consolidarsi seguì la solita schiera di opportunisti o semplici “quietisti” …questo, a mio avviso è un processo che, con le dovute varianti, succede sempre! Tra l’altro, smettiamo di pensare che gli “intellettuali” siano Santi disinteressati a ricchezze, mezzi, potere e influenze; personalmente, infatti, penso che caratteristiche come la grettezza, l’ignavia, la smania di potere, ecc. siano trasversali e degnamente e proporzionalmente rappresentate fra tutti gli esseri umani (si pensi ad esempio a personaggi come l’architetto Albert Speer).

Non mi soffermo quindi sul quadro storico dell’epoca perché Immagino che tutti più o meno conoscano le difficoltà che dovette affrontare la società tedesca dalla fine della Prima Guerra Mondiale fino agli anni Trenta del Novecento. È però bene ricordare che molti dei successi economici del nazismo furono costruiti su scelte, anche dolorose, messe in atto precedentemente; in più, il regime mise in atto un approccio Keynesiano di lavori pubblici e spese militari che alleviò sì la disoccupazione e portò sviluppo economico, il tutto però a spese di un indebitamento rilevante e ricorrendo a quella che potremmo definire “una finanza allegra” difficilmente sostenibili nel lungo periodo; in sintesi, la guerra che ne seguì fu anche in parte dovuta a pressanti e ineludibili necessità economiche!

E’ questo è il passato, ma tutto ciò che c’entra con l’ascesa dell’AFD e dell’estrema destra in generale in tutta l’Europa?

Torniamo al problema del “malcontento”, l’Europa e la Germania in particolare sono in crisi economica e di identità e, come ai tempi dell’ascesa di nazismo e fascismo (e se vogliamo del comunismo!), l’attuale classe politica tradizionale non sembra brillare nell’affrontare né la situazione economica, né quella sociale.

Se devo dire la mia opinione però l’estrema destra comincia sempre a consolidarsi coagulando il malumore che emerge sul piano sociale (che ovviamente ha radici anche economiche, ma per adesso teniamo i piani distinti!). Nel nostro caso, il bersaglio principale sono gli immigrati, poi il tema si estende ad altri aspetti come quello della diversità, della tutela della famiglia tradizionale, della denatalità, della criminalità, dell’ordine pubblico e della salvaguardia della “cultura” nazionale e tradizionale. Ecco qui che rispuntano “fra le righe” i concetti ricorrenti di sangue, terra e popolo! Quest’ultimo il “Volk”, visto come il popolo ideale e originario e non come risulta in effettivo.

Vediamo quindi che l’estrema destra cresce utilizzando una dialettica iperbolica predicando soluzioni “semplici”, spesso inapplicabili (ora) in quanto troppo radicali rispetto ai nostri principi (sempre meno) democratici, ma che appaiono tutto sommato attuabili (e non solo al popolo bue!) purché sussista la volontà di porle in atto.

Questi signori mentono? In parte sì, o almeno tutto ciò pecca un po’ di semplicismo e di moti di “pancia”; temo però che, una parte crescente dell’elettorato ci si ritrovi! Ed è esattamente questo il punto.

In sintesi, la mia opinione è che la crescita attuale dei partiti di estrema destra sia dovuta principalmente alla scarsa attenzione dei partiti tradizionali che, quanto meno per inazione, se non per semplice presunzione, snobbano quei temi sociali che l’elettorato invece considerare d’importanza crescente.

La verità è che, in un contesto di tensioni economiche crescenti (in Germania la crisi economica, soprattutto del settore meccanico sta colpendo duro) e in una fase come quella attuale dove si percepisce una certa “decadenza” dell’importanza dell’Europa rispetto ad altri “players” mondiali, la leadership dei partiti tradizionali viene percepita come distante dai problemi della gente comune e particolarmente lenta nel cercare e applicare soluzioni.

Fra questi “problemi”, rientrano tutte le problematiche legate a migranti, integrazione, ordine pubblico, ecc. che sono tutti strettamente interrelati, ma che sono “appannaggio” e argomento elettorale prevalentemente dei partiti di destra.

La soluzione passa, a mio avviso, dal riconoscere che questi problemi, ancorché sicuramente ingigantiti, esistono e sono meritevoli di essere affrontati.

Ad esempio, una cosa è sostenere la necessità della re-immigrazione nella forma estrema prevista comunemente (vedi ad es. wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Remigrazione) un’altra, ammettere che esista un problema di ordine pubblico spesso correlato con l’immigrazione e con gli immigrati di prima e/o seconda generazione e che, di conseguenze certe regole vadano inasprite (es. abbassamento dell’età penale), arrivando persino alla possibilità di rimpatrio forzato di chi sia protagonista di certi tipi di reato e non sia cittadino.

Di nuovo, e sempre a titolo di esempio, mentre è sicuramente vero che avremmo bisogno di un certo tipo di immigrazione per sopperire ai problemi causati dal calo demografico, non è assolutamente vero, conti alla mano, che ogni tipo di immigrazione sia “conveniente” sul piano economico (non parlo del piano etico); basti pensare, a proposito quanto “costa” in termini di welfare una famiglia monoreddito di quattro persone rispetto a quanto essa possa fornire allo Stato in termini di tasse e contributi.

Di questo, e di altri possibili altri mille esempi che stanno nelle teste delle persone i partiti tradizionali e soprattutto quelli di sinistra non vogliono parlare e, con questi problemi, non ci si vuole confrontare e sporcarsi le mani. Le conseguenze di questo atteggiamento saranno allora inevitabili; una qualche forma di nazifascismo tornerà, magari diverso nella forma, ma uguale nella sostanza.

venerdì 24 luglio 2026

Recensione: Perché moriamo – La nuova scienza dell’invecchiamento e la ricerca dell’immortalità

 "Perché moriamo – La nuova scienza dell’invecchiamento e la ricerca dell’immortalità”; titolo originale: “Why We Die – The New Science of Aging and the Quest for Immortality”; di Venki Ramakrishnan, traduzione di Maurizio Bruno; edizioni Adelphi, Isbn 978-88-459-4016-3.

Sempre più spesso si sente parlare del progresso della scienza medica nel campo della lotta all’invecchiamento, fenomeno che, ormai, viene sempre più spesso considerato come un male da curare rispetto a quanto venga visto come un percorso di “vita” ineluttabile. All’estremo, l’immortalità non solo rappresenta un sogno neanche troppo segreto per molti “potenti del mondo” (es. Trump, Xi Jinping, Putin, ecc.), ma comincia ad essere considerato un traguardo possibile, magari alla portata di pochissimi, selezionati “eletti” (guarda caso!).

Ebbene, questo saggio, non solo descrive le diverse ricerche e i diversi traguardi raggiunti dagli studi di settore, esponendo non solo i benefici, ma anche i rischi riguardo all’uso di certe sostanze, ma si sofferma anche a mettere in guardia riguardo agli impatti sociali derivanti dalla diffusione di queste cure e dalla loro accessibilità.

L’autore poi sembra anche comunicarci un paio di messaggi importanti. La vita umana appare al momento asintoticamente limitata ad una “scadenza” massima temporale difficilmente superabile (non svelo tale limite teorico per non rovinare la lettura del libro!), poi si muore! Questo, a ben vedere, e tenendo conto dei bei personaggi che vanno alla ricerca dell’immortalità, non sembra poi una cattiva notizia.

Pertanto, il tema della lotta all’invecchiamento non sarebbe tanto quello di conseguire l’immortalità, quanto quello di morire “giovani”. E questa, invece, mi sembra sì una buona notizia per tutti.

Lettura consigliata.

Recensione: Alzarsi all'alba

 "Alzarsi all’alba”, di Mario Calabresi; edizioni Mondadori; Isbn 978-88-04-80161-8.

Un libro che raccoglie una serie di storie di “fatica” che, come dice una delle protagoniste un po’ la “devi adorare”.

Capisco e condivido tale affermazione perché, entro livelli ragionevoli, il nostro corpo ha proprio bisogno di una certa dose di impegno fisico e mentale per non “avvizzire”. Ci sono fatiche poi che trovo si avvicinino al concetto di “meditazione”.

La “fatica” descritta in queste storie, non è dunque la dannazione del passato che spesso condannava soprattutto gli umili ad una vita da bestie, bensì l’esatto contrario di ciò che si deve “scansare” e che andrebbe attivamente ricercato ed accolto per dare un maggior senso, energia e vitalità alla nostra esistenza, la cura esatta contro l’indolenza e il rimedio infallibile contro quelle forme di depressione che sembrano ormai flagellarci.

Anche a me piace alzarmi all’alba e quelle poche ore che mi separano dalle “vere” attività della mia giornata sono le uniche veramente mie.

Libro carino e scorrevole, ma non aspettatevi un capolavoro né un manuale di automiglioramento 😊.

martedì 21 luglio 2026

Recensione: Il misterioso Signor Nakamoto – sulle tracce del genio segreto di Bitcoin

 "Il misterioso Signor Nakamoto – sulle tracce del genio segreto di Bitcoin”; titolo originale: “The Mysterious Mr. Nakamoto, A Fifteen-year Quest to Unmask the   Secret Genius Behind Crypto”, di Benjamin Wallace, traduzione Anna Rizzon; edizioni Apogeo; Isbn 978-88-503-3907-5.

Premetto da subito che non si tratta proprio di un libro “imperdibile”, tuttavia, nonostante i risultati scontati dell’indagine, alla fine ci si diverte a leggere le storie dei personaggi coinvolti, fra geni, mitomani, idealisti e sciroccati di varia natura che in qualche modo sono stati (o sono) accumunati dall’appartenenza a quello che l’Autore descrive come il movimento “Cypherpunk”, sviluppatosi fra gli anni Ottanta e Novanta del Novecento, ovvero:

(cit. wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Cypherpunk)  

“Un cypherpunk è un attivista libertario che sostiene l'uso intensivo della crittografia informatica come parte di un percorso di cambiamento sociale e politico”.

Bene, l’Autore è piuttosto convincente nel “dimostrare” che il nostro/nostri Satoshi facesse/facessero parte di questo movimento e la ricerca si focalizza in particolare su una lista ristretta di questi personaggi, alcuni dei quali già passati a miglior vita.

 Amen!

Per quanto riguarda invece il mio giudizio sul Bitcoin e asset assimilabili:

“Ognuno è libero di buttare i suoi soldi come vuole!”

… Anch’io, infatti, in fondo mi ritengo un libertario 😊!

lunedì 20 luglio 2026

Recensioni: Il Capitale nell’antropocene

 "Il Capitale nell’antropocene”; di Saito Kohei, traduzione di Alessandro Clementi degli Albizi; edizioni Einaudi; Isbn 978-88-06-26008-8.

L’Autore, rivisitando una serie di concetti tratti dalle teorie marxiste, sostiene l’incompatibilità fra una crescita sostenibile e l’aspettativa di crescita perpetua che, egli ritiene, non farà altro che esacerbare la crisi climatica.

Egli è particolarmente critico nei confronti dei cosiddetti SDGs (Sustainable Development Goals) in quanto, a suo avviso, sono impossibili da raggiungere all'interno di un sistema capitalistico.

Egli, da parte sua, propugna una forma di decrescita, che presuppone un allentamento dell'attività economica attraverso la riforma democratica del lavoro e della produzione. Più specificatamente, non solo auspica un ritorno dei cosiddetti “beni comuni” (es. l’acqua) ad un sistema di proprietà sociale, ma sostiene anche la fine della produzione e del consumo di massa, la decarbonizzazione attraverso la riduzione dell'orario di lavoro e la priorità data ai lavori incentrati sulla cura della persona.

Tutto bello (senza ironia)!

È innegabile che le tesi dell’Autore siano ragionevoli ed anche accattivanti (nonché, almeno in parte attuabili!), ma si scontrano con quello che personalmente ritengo sia il problema alla base della teoria marxista e delle sue varie, ancorché brillanti, rivisitazioni moderne; ciò che mi rende scettico, infatti, è proprio il fatto che si tratti di “teorie” e, diciamolo pure, di “utopie”, stante il modo in cui siamo socialmente ed economicamente strutturati.

Escludendo infatti un approccio “rivoluzionario” che già abbiamo visto a che risultati porta, il vero problema sta proprio nel come raggiungere questi obiettivi in modo democratico, posto che:

1)    Non sono così sicuro che nessuno degli attuali sistemi democratici lo sia effettivamente (ma questo è un problema mio 😊!).

2) Anche volendo però dare fiducia alle tante concezioni di “democrazia” che abbiamo sperimentato e abbiamo di fronte ai nostri occhi, non sono per niente certo che “democrazia” e “ricerca del bene comune” siano concetti così strettamente correlati. Di fatto, entriamo nel solito terreno scivoloso e pericoloso dove, sotto sotto, ci si chiede se al “governo della massa” non dovrebbe subentrare un concetto oligarchico di difficile definizione di “governo dei Saggi” (e i marxisti si sono dimostrati dei super esperti nel cadere in questo genere di tentazioni!).

3) Guarda caso poi, sembrerebbe proprio che i nostri sistemi politici siano pesantemente influenzati proprio da quel sistema capitalistico che si vorrebbe riformare, e/o attenuare se non persino abolire, ma al quale, in mancanza di meglio, un po’ tutti ne riconosciamo anche i meriti. Tra l’altro, forse per il capitalismo vale ciò che si dice anche della democrazia, ovvero che sono sistemi poco funzionanti ma che, alla fine, e alla luce della nostra storia, siano il meno peggio che siamo riusciti a concepire.

In altre parole, mi sa che ci tocca stare a vedere e navigare un po’ a vista, sperando che il connubio capitale/democrazia trovi nel tempo le soluzioni per i disastri e le contraddizioni che nel frattempo produce.

  

venerdì 15 maggio 2026

Recensione: Per parlare di Israele – la storia di come si è arrivati fin qui

 

"Per parlare di Israele – la storia di come si è arrivati fin qui”; titolo originale:” Can We Talk About Israel? – A Guide for Curious, Confused and Conflicted”; di Daniel Sokatch, traduzione di Marinella Magrì; edizioni Iperborea; Isbn 978-12-8172-912-4.

Un libro del quale se ne sentiva estremamente bisogno di questi tempi; personalmente ne raccomando fortemente la lettura.

Senza tanti fronzoli né ipocrisia, tentativi di autogiustificazione o, all’opposto, melenso buonismo, l’Autore fa un punto estremamente equilibrato e sagace della situazione attuale in Palestina, sia relativamente ai rapporti fra palestinesi e Israele, sia rispetto alla deriva autocratica presa dalla società israeliana.

Il Saggio ripercorre parallelamente la storia di Israele e del popolo palestinese a partire dai primi insediamenti ebraici di fine Ottocento fino ai giorni nostri, mettendo in luce, con raro equilibrio, meriti e colpe di entrambe le parti ed evidenziando, tra l’altro, il progressivo spostamento a destra dell’assetto politico della società israeliana.

Particolarmente deprimente è la precisa rendicontazione delle occasioni perdute per pervenire ad una soluzione equa per entrambi i popoli, mancate spesso per sfortuna, incapacità delle leadership di entrambe le parti in causa, o per cinici calcoli politici di fazione spesso minoritarie.

Illuminante e da tener sempre presente il “trilemma strategico di Israele” di Yitzhak Rabin”, riportato nel Saggio, e che qui riproduco sulla base di una citazione da “Micromega”, che esemplifica le variabili che questo grande leader considerava inconciliabili:

  1.         Mantenere uno Stato ebraico (demograficamente e culturalmente ebraico).
  2.      Mantenere uno Stato democratico (con pieni diritti di cittadinanza per tutti i residenti).
  3.      Mantenere il controllo sull'intero territorio tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo (compresa la Cisgiordania).

Rabin comprendeva che, nel lungo periodo, Israele poteva sceglierne solo due su tre:

1)    Se Israele avesse mantenuto tutto il territorio (3) e fosse rimasto democratico (2), avrebbe smesso di essere a maggioranza ebraica a causa dei tassi di natalità palestinesi (inconciliabile con 1).

2)    Se avesse voluto mantenere uno Stato ebraico (1) su tutto il territorio (3), avrebbe dovuto privare i palestinesi dei diritti democratici (inconciliabile con 2).

L   La soluzione di Rabin, concretizzata negli Accordi di Oslo, era cedere parte del territorio (rinunciare al punto 3) per preservare sia la natura ebraica che quella democratica dello Stato (1 e 2).

Si sa purtroppo però come, per adesso, le cose sono andate a finire.

mercoledì 14 gennaio 2026

Recensione: Atene 403 Una storia corale

 

"Atene 403 Una storia corale”; titolo originale: ”Athènes 403. Une histoire chorale”; di Vincent Azoulay e Paulin Ismard, traduzione di Luca Bianco; edizioni Einaudi; Isbn 978-88-06-26612-7.

Gli Autori si soffermano ad analizzare il delicato periodo storico che, per Atene, copre gli ultimi anni del quarto secolo a.C. e il primo decennio del terzo secolo.

Atene, nel 404 a.C, viene definitivamente sconfitta nella guerra del Peloponneso e subisce le pesanti condizioni di pace di Sparta che, tra l’altro, prevedono l’introduzione di un regime oligarchico e l’abolizione della democrazia.

Il regime dei “trenta tiranni” durerà circa otto mesi e sarà caratterizzato dalla contrapposizione delle figure di Teramene, più moderato, e Crizia, fautore di una crescente radicalizzazione che porterà alla guerra civile e, infine, alla sconfitta militare dell’oligarchia ad opera di Trasibulo.

Il Saggio, di per sé interessante sul piano della ricerca documentale, si sofferma sulla difficile opera di pacificazione che seguirà la fine della guerra civile prendendo a riferimento tutta una serie di figure chiave (sacerdotesse, meteci, schiavi e altre categorie di cittadini) e analizzando le cronache “giudiziarie” che li vedranno protagonisti oppure i loro ruoli istituzionali.

Un aspetto peculiare del Saggio è che spiega molto del contesto attraverso il ricorso alle figure e ruoli della coreutica greca; personalmente ho trovato che questo approccio costituisca un po’ una forzatura e non sono sicuro che questa scelta contribuisca a rendere le spiegazioni più chiare, anzi …