venerdì 24 luglio 2026

Recensione: Perché moriamo – La nuova scienza dell’invecchiamento e la ricerca dell’immortalità

 "Perché moriamo – La nuova scienza dell’invecchiamento e la ricerca dell’immortalità”; titolo originale: “Why We Die – The New Science of Aging and the Quest for Immortality”; di Venki Ramakrishnan, traduzione di Maurizio Bruno; edizioni Adelphi, Isbn 978-88-459-4016-3.

Sempre più spesso si sente parlare del progresso della scienza medica nel campo della lotta all’invecchiamento, fenomeno che, ormai, viene sempre più spesso considerato come un male da curare rispetto a quanto venga visto come un percorso di “vita” ineluttabile. All’estremo, l’immortalità non solo rappresenta un sogno neanche troppo segreto per molti “potenti del mondo” (es. Trump, Xi Jinping, Putin, ecc.), ma comincia ad essere considerato un traguardo possibile, magari alla portata di pochissimi, selezionati “eletti” (guarda caso!).

Ebbene, questo saggio, non solo descrive le diverse ricerche e i diversi traguardi raggiunti dagli studi di settore, esponendo non solo i benefici, ma anche i rischi riguardo all’uso di certe sostanze, ma si sofferma anche a mettere in guardia riguardo agli impatti sociali derivanti dalla diffusione di queste cure e dalla loro accessibilità.

L’autore poi sembra anche comunicarci un paio di messaggi importanti. La vita umana appare al momento asintoticamente limitata ad una “scadenza” massima temporale difficilmente superabile (non svelo tale limite teorico per non rovinare la lettura del libro!), poi si muore! Questo, a ben vedere, e tenendo conto dei bei personaggi che vanno alla ricerca dell’immortalità, non sembra poi una cattiva notizia.

Pertanto, il tema della lotta all’invecchiamento non sarebbe tanto quello di conseguire l’immortalità, quanto quello di morire “giovani”. E questa, invece, mi sembra sì una buona notizia per tutti.

Lettura consigliata.

Recensione: Alzarsi all'alba

 "Alzarsi all’alba”, di Mario Calabresi; edizioni Mondadori; Isbn 978-88-04-80161-8.

Un libro che raccoglie una serie di storie di “fatica” che, come dice una delle protagoniste un po’ la “devi adorare”.

Capisco e condivido tale affermazione perché, entro livelli ragionevoli, il nostro corpo ha proprio bisogno di una certa dose di impegno fisico e mentale per non “avvizzire”. Ci sono fatiche poi che trovo si avvicinino al concetto di “meditazione”.

La “fatica” descritta in queste storie, non è dunque la dannazione del passato che spesso condannava soprattutto gli umili ad una vita da bestie, bensì l’esatto contrario di ciò che si deve “scansare” e che andrebbe attivamente ricercato ed accolto per dare un maggior senso, energia e vitalità alla nostra esistenza, la cura esatta contro l’indolenza e il rimedio infallibile contro quelle forme di depressione che sembrano ormai flagellarci.

Anche a me piace alzarmi all’alba e quelle poche ore che mi separano dalle “vere” attività della mia giornata sono le uniche veramente mie.

Libro carino e scorrevole, ma non aspettatevi un capolavoro né un manuale di automiglioramento 😊.

martedì 21 luglio 2026

Recensione: Il misterioso Signor Nakamoto – sulle tracce del genio segreto di Bitcoin

 "Il misterioso Signor Nakamoto – sulle tracce del genio segreto di Bitcoin”; titolo originale: “The Mysterious Mr. Nakamoto, A Fifteen-year Quest to Unmask the   Secret Genius Behind Crypto”, di Benjamin Wallace, traduzione Anna Rizzon; edizioni Apogeo; Isbn 978-88-503-3907-5.

Premetto da subito che non si tratta proprio di un libro “imperdibile”, tuttavia, nonostante i risultati scontati dell’indagine, alla fine ci si diverte a leggere le storie dei personaggi coinvolti, fra geni, mitomani, idealisti e sciroccati di varia natura che in qualche modo sono stati (o sono) accumunati dall’appartenenza a quello che l’Autore descrive come il movimento “Cypherpunk”, sviluppatosi fra gli anni Ottanta e Novanta del Novecento, ovvero:

(cit. wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Cypherpunk)  

“Un cypherpunk è un attivista libertario che sostiene l'uso intensivo della crittografia informatica come parte di un percorso di cambiamento sociale e politico”.

Bene, l’Autore è piuttosto convincente nel “dimostrare” che il nostro/nostri Satoshi facesse/facessero parte di questo movimento e la ricerca si focalizza in particolare su una lista ristretta di questi personaggi, alcuni dei quali già passati a miglior vita.

 Amen!

Per quanto riguarda invece il mio giudizio sul Bitcoin e asset assimilabili:

“Ognuno è libero di buttare i suoi soldi come vuole!”

… Anch’io, infatti, in fondo mi ritengo un libertario 😊!

lunedì 20 luglio 2026

Recensioni: Il Capitale nell’antropocene

 "Il Capitale nell’antropocene”; di Saito Kohei, traduzione di Alessandro Clementi degli Albizi; edizioni Einaudi; Isbn 978-88-06-26008-8.

L’Autore, rivisitando una serie di concetti tratti dalle teorie marxiste, sostiene l’incompatibilità fra una crescita sostenibile e l’aspettativa di crescita perpetua che, egli ritiene, non farà altro che esacerbare la crisi climatica.

Egli è particolarmente critico nei confronti dei cosiddetti SDGs (Sustainable Development Goals) in quanto, a suo avviso, sono impossibili da raggiungere all'interno di un sistema capitalistico.

Egli, da parte sua, propugna una forma di decrescita, che presuppone un allentamento dell'attività economica attraverso la riforma democratica del lavoro e della produzione. Più specificatamente, non solo auspica un ritorno dei cosiddetti “beni comuni” (es. l’acqua) ad un sistema di proprietà sociale, ma sostiene anche la fine della produzione e del consumo di massa, la decarbonizzazione attraverso la riduzione dell'orario di lavoro e la priorità data ai lavori incentrati sulla cura della persona.

Tutto bello (senza ironia)!

È innegabile che le tesi dell’Autore siano ragionevoli ed anche accattivanti (nonché, almeno in parte attuabili!), ma si scontrano con quello che personalmente ritengo sia il problema alla base della teoria marxista e delle sue varie, ancorché brillanti, rivisitazioni moderne; ciò che mi rende scettico, infatti, è proprio il fatto che si tratti di “teorie” e, diciamolo pure, di “utopie”, stante il modo in cui siamo socialmente ed economicamente strutturati.

Escludendo infatti un approccio “rivoluzionario” che già abbiamo visto a che risultati porta, il vero problema sta proprio nel come raggiungere questi obiettivi in modo democratico, posto che:

1)    Non sono così sicuro che nessuno degli attuali sistemi democratici lo sia effettivamente (ma questo è un problema mio 😊!).

2) Anche volendo però dare fiducia alle tante concezioni di “democrazia” che abbiamo sperimentato e abbiamo di fronte ai nostri occhi, non sono per niente certo che “democrazia” e “ricerca del bene comune” siano concetti così strettamente correlati. Di fatto, entriamo nel solito terreno scivoloso e pericoloso dove, sotto sotto, ci si chiede se al “governo della massa” non dovrebbe subentrare un concetto oligarchico di difficile definizione di “governo dei Saggi” (e i marxisti si sono dimostrati dei super esperti nel cadere in questo genere di tentazioni!).

3) Guarda caso poi, sembrerebbe proprio che i nostri sistemi politici siano pesantemente influenzati proprio da quel sistema capitalistico che si vorrebbe riformare, e/o attenuare se non persino abolire, ma al quale, in mancanza di meglio, un po’ tutti ne riconosciamo anche i meriti. Tra l’altro, forse per il capitalismo vale ciò che si dice anche della democrazia, ovvero che sono sistemi poco funzionanti ma che, alla fine, e alla luce della nostra storia, siano il meno peggio che siamo riusciti a concepire.

In altre parole, mi sa che ci tocca stare a vedere e navigare un po’ a vista, sperando che il connubio capitale/democrazia trovi nel tempo le soluzioni per i disastri e le contraddizioni che nel frattempo produce.

  

venerdì 15 maggio 2026

Recensione: Per parlare di Israele – la storia di come si è arrivati fin qui

 

"Per parlare di Israele – la storia di come si è arrivati fin qui”; titolo originale:” Can We Talk About Israel? – A Guide for Curious, Confused and Conflicted”; di Daniel Sokatch, traduzione di Marinella Magrì; edizioni Iperborea; Isbn 978-12-8172-912-4.

Un libro del quale se ne sentiva estremamente bisogno di questi tempi; personalmente ne raccomando fortemente la lettura.

Senza tanti fronzoli né ipocrisia, tentativi di autogiustificazione o, all’opposto, melenso buonismo, l’Autore fa un punto estremamente equilibrato e sagace della situazione attuale in Palestina, sia relativamente ai rapporti fra palestinesi e Israele, sia rispetto alla deriva autocratica presa dalla società israeliana.

Il Saggio ripercorre parallelamente la storia di Israele e del popolo palestinese a partire dai primi insediamenti ebraici di fine Ottocento fino ai giorni nostri, mettendo in luce, con raro equilibrio, meriti e colpe di entrambe le parti ed evidenziando, tra l’altro, il progressivo spostamento a destra dell’assetto politico della società israeliana.

Particolarmente deprimente è la precisa rendicontazione delle occasioni perdute per pervenire ad una soluzione equa per entrambi i popoli, mancate spesso per sfortuna, incapacità delle leadership di entrambe le parti in causa, o per cinici calcoli politici di fazione spesso minoritarie.

Illuminante e da tener sempre presente il “trilemma strategico di Israele” di Yitzhak Rabin”, riportato nel Saggio, e che qui riproduco sulla base di una citazione da “Micromega”, che esemplifica le variabili che questo grande leader considerava inconciliabili:

  1.         Mantenere uno Stato ebraico (demograficamente e culturalmente ebraico).
  2.      Mantenere uno Stato democratico (con pieni diritti di cittadinanza per tutti i residenti).
  3.      Mantenere il controllo sull'intero territorio tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo (compresa la Cisgiordania).

Rabin comprendeva che, nel lungo periodo, Israele poteva sceglierne solo due su tre:

1)    Se Israele avesse mantenuto tutto il territorio (3) e fosse rimasto democratico (2), avrebbe smesso di essere a maggioranza ebraica a causa dei tassi di natalità palestinesi (inconciliabile con 1).

2)    Se avesse voluto mantenere uno Stato ebraico (1) su tutto il territorio (3), avrebbe dovuto privare i palestinesi dei diritti democratici (inconciliabile con 2).

L   La soluzione di Rabin, concretizzata negli Accordi di Oslo, era cedere parte del territorio (rinunciare al punto 3) per preservare sia la natura ebraica che quella democratica dello Stato (1 e 2).

Si sa purtroppo però come, per adesso, le cose sono andate a finire.

mercoledì 14 gennaio 2026

Recensione: Atene 403 Una storia corale

 

"Atene 403 Una storia corale”; titolo originale: ”Athènes 403. Une histoire chorale”; di Vincent Azoulay e Paulin Ismard, traduzione di Luca Bianco; edizioni Einaudi; Isbn 978-88-06-26612-7.

Gli Autori si soffermano ad analizzare il delicato periodo storico che, per Atene, copre gli ultimi anni del quarto secolo a.C. e il primo decennio del terzo secolo.

Atene, nel 404 a.C, viene definitivamente sconfitta nella guerra del Peloponneso e subisce le pesanti condizioni di pace di Sparta che, tra l’altro, prevedono l’introduzione di un regime oligarchico e l’abolizione della democrazia.

Il regime dei “trenta tiranni” durerà circa otto mesi e sarà caratterizzato dalla contrapposizione delle figure di Teramene, più moderato, e Crizia, fautore di una crescente radicalizzazione che porterà alla guerra civile e, infine, alla sconfitta militare dell’oligarchia ad opera di Trasibulo.

Il Saggio, di per sé interessante sul piano della ricerca documentale, si sofferma sulla difficile opera di pacificazione che seguirà la fine della guerra civile prendendo a riferimento tutta una serie di figure chiave (sacerdotesse, meteci, schiavi e altre categorie di cittadini) e analizzando le cronache “giudiziarie” che li vedranno protagonisti oppure i loro ruoli istituzionali.

Un aspetto peculiare del Saggio è che spiega molto del contesto attraverso il ricorso alle figure e ruoli della coreutica greca; personalmente ho trovato che questo approccio costituisca un po’ una forzatura e non sono sicuro che questa scelta contribuisca a rendere le spiegazioni più chiare, anzi …

Recensione: Se noi bruciamo – Dieci anni di rivolte senza rivoluzione

 "Se noi bruciamo – Dieci anni di rivolte senza rivoluzione”; titolo originale: ”If We Burn: The Mass and the Missing Revolution”; di Vincent Bevins, traduzione di Maddalena Ferrara; edizioni Einaudi; Isbn 978-88-06-26397-3.

L’Autore rivisita una serie di intensi moti di piazza avvenuti per lo più nel primo decennio del ventunesimo secolo: Piazza Tahrir al Cairo, Gezi Park in Turchia, le rivolte in Brasile per il caro trasporti, seguite da quelle cilene; quindi, Hong Kong con la “rivolta degli ombrelli” e Piazza Maidan in Ucraina o la “rivolta del gelsomini” in Tunisia e tante altre ancora, dove, soprattutto i più giovani, hanno cercato di far sentire la propria voce e a cambiare gli equilibri di potere.

Quasi tutte queste esplosioni di protesta sono state caratterizzate soprattutto da moti spontanei organizzati “dal basso”, magari con l’ausilio degli strumenti della rete; hanno ottenuto mediamente nessun o pochi risultati e sono state rapidamente represse e riassorbite. Secondo l’Autore, la ragione di tanti insuccessi sta proprio nell’incapacità nel sapersi trasformare da semplici movimenti di protesta acefali in catalizzatori di organizzazioni politiche concrete sulla base di mandati chiari e rappresentanti ben definiti. In sintesi, proprio la volontà di essere “orizzontali”, “spontanei” e privi di una leadership che potesse assumere un ruolo interlocutorio con le autorità ha tagliato le gambe a tutti questi movimenti finendo per esaurirli.

Un bel libro e una bella analisi, della quale, si dovrebbe tenere debito conto.

Nota: Ora, nel 2026, mentre in Nepal le proteste della generazione Z sembrano aver veramente prodotto dei cambiamenti (si vedranno i risultati delle elezioni a marzo!).

È invece esplosa la situazione in Iran, dove i moti di protesta potrebbero veramente portare ad una vera e propria rivoluzione. Anche in questo caso però, c’è purtroppo da notare che, al momento, non è emersa nessuna figura politica capace di contrapporsi alla vecchia leadership; personalmente, non penso che tale figura possa veramente essere Pahlavi, l’ex scià di Persia. 

Vedremo come andrà a finire, con i miei migliori auguri al popolo iraniano!