lunedì 20 luglio 2026

Recensioni: Il Capitale nell’antropocene

 "Il Capitale nell’antropocene”; di Saito Kohei, traduzione di Alessandro Clementi degli Albizi; edizioni Einaudi; Isbn 978-88-06-26008-8.

L’Autore, rivisitando una serie di concetti tratti dalle teorie marxiste, sostiene l’incompatibilità fra una crescita sostenibile e l’aspettativa di crescita perpetua che, egli ritiene, non farà altro che esacerbare la crisi climatica.

Egli è particolarmente critico nei confronti dei cosiddetti SDGs (Sustainable Development Goals) in quanto, a suo avviso, sono impossibili da raggiungere all'interno di un sistema capitalistico.

Egli, da parte sua, propugna una forma di decrescita, che presuppone un allentamento dell'attività economica attraverso la riforma democratica del lavoro e della produzione. Più specificatamente, non solo auspica un ritorno dei cosiddetti “beni comuni” (es. l’acqua) ad un sistema di proprietà sociale, ma sostiene anche la fine della produzione e del consumo di massa, la decarbonizzazione attraverso la riduzione dell'orario di lavoro e la priorità data ai lavori incentrati sulla cura della persona.

Tutto bello (senza ironia)!

È innegabile che le tesi dell’Autore siano ragionevoli ed anche accattivanti (nonché, almeno in parte attuabili!), ma si scontrano con quello che personalmente ritengo sia il problema alla base della teoria marxista e delle sue varie, ancorché brillanti, rivisitazioni moderne; ciò che mi rende scettico, infatti, è proprio il fatto che si tratti di “teorie” e, diciamolo pure, di “utopie”, stante il modo in cui siamo socialmente ed economicamente strutturati.

Escludendo infatti un approccio “rivoluzionario” che già abbiamo visto a che risultati porta, il vero problema sta proprio nel come raggiungere questi obiettivi in modo democratico, posto che:

1)    Non sono così sicuro che nessuno degli attuali sistemi democratici lo sia effettivamente (ma questo è un problema mio 😊!).

2) Anche volendo però dare fiducia alle tante concezioni di “democrazia” che abbiamo sperimentato e abbiamo di fronte ai nostri occhi, non sono per niente certo che “democrazia” e “ricerca del bene comune” siano concetti così strettamente correlati. Di fatto, entriamo nel solito terreno scivoloso e pericoloso dove, sotto sotto, ci si chiede se al “governo della massa” non dovrebbe subentrare un concetto oligarchico di difficile definizione di “governo dei Saggi” (e i marxisti si sono dimostrati dei super esperti nel cadere in questo genere di tentazioni!).

3) Guarda caso poi, sembrerebbe proprio che i nostri sistemi politici siano pesantemente influenzati proprio da quel sistema capitalistico che si vorrebbe riformare, e/o attenuare se non persino abolire, ma al quale, in mancanza di meglio, un po’ tutti ne riconosciamo anche i meriti. Tra l’altro, forse per il capitalismo vale ciò che si dice anche della democrazia, ovvero che sono sistemi poco funzionanti ma che, alla fine, e alla luce della nostra storia, siano il meno peggio che siamo riusciti a concepire.

In altre parole, mi sa che ci tocca stare a vedere e navigare un po’ a vista, sperando che il connubio capitale/democrazia trovi nel tempo le soluzioni per i disastri e le contraddizioni che nel frattempo produce.

  

venerdì 15 maggio 2026

Recensione: Per parlare di Israele – la storia di come si è arrivati fin qui

 

"Per parlare di Israele – la storia di come si è arrivati fin qui”; titolo originale:” Can We Talk About Israel? – A Guide for Curious, Confused and Conflicted”; di Daniel Sokatch, traduzione di Marinella Magrì; edizioni Iperborea; Isbn 978-12-8172-912-4.

Un libro del quale se ne sentiva estremamente bisogno di questi tempi; personalmente ne raccomando fortemente la lettura.

Senza tanti fronzoli né ipocrisia, tentativi di autogiustificazione o, all’opposto, melenso buonismo, l’Autore fa un punto estremamente equilibrato e sagace della situazione attuale in Palestina, sia relativamente ai rapporti fra palestinesi e Israele, sia rispetto alla deriva autocratica presa dalla società israeliana.

Il Saggio ripercorre parallelamente la storia di Israele e del popolo palestinese a partire dai primi insediamenti ebraici di fine Ottocento fino ai giorni nostri, mettendo in luce, con raro equilibrio, meriti e colpe di entrambe le parti ed evidenziando, tra l’altro, il progressivo spostamento a destra dell’assetto politico della società israeliana.

Particolarmente deprimente è la precisa rendicontazione delle occasioni perdute per pervenire ad una soluzione equa per entrambi i popoli, mancate spesso per sfortuna, incapacità delle leadership di entrambe le parti in causa, o per cinici calcoli politici di fazione spesso minoritarie.

Illuminante e da tener sempre presente il “trilemma strategico di Israele” di Yitzhak Rabin”, riportato nel Saggio, e che qui riproduco sulla base di una citazione da “Micromega”, che esemplifica le variabili che questo grande leader considerava inconciliabili:

  1.         Mantenere uno Stato ebraico (demograficamente e culturalmente ebraico).
  2.      Mantenere uno Stato democratico (con pieni diritti di cittadinanza per tutti i residenti).
  3.      Mantenere il controllo sull'intero territorio tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo (compresa la Cisgiordania).

Rabin comprendeva che, nel lungo periodo, Israele poteva sceglierne solo due su tre:

1)    Se Israele avesse mantenuto tutto il territorio (3) e fosse rimasto democratico (2), avrebbe smesso di essere a maggioranza ebraica a causa dei tassi di natalità palestinesi (inconciliabile con 1).

2)    Se avesse voluto mantenere uno Stato ebraico (1) su tutto il territorio (3), avrebbe dovuto privare i palestinesi dei diritti democratici (inconciliabile con 2).

L   La soluzione di Rabin, concretizzata negli Accordi di Oslo, era cedere parte del territorio (rinunciare al punto 3) per preservare sia la natura ebraica che quella democratica dello Stato (1 e 2).

Si sa purtroppo però come, per adesso, le cose sono andate a finire.

mercoledì 14 gennaio 2026

Recensione: Atene 403 Una storia corale

 

"Atene 403 Una storia corale”; titolo originale: ”Athènes 403. Une histoire chorale”; di Vincent Azoulay e Paulin Ismard, traduzione di Luca Bianco; edizioni Einaudi; Isbn 978-88-06-26612-7.

Gli Autori si soffermano ad analizzare il delicato periodo storico che, per Atene, copre gli ultimi anni del quarto secolo a.C. e il primo decennio del terzo secolo.

Atene, nel 404 a.C, viene definitivamente sconfitta nella guerra del Peloponneso e subisce le pesanti condizioni di pace di Sparta che, tra l’altro, prevedono l’introduzione di un regime oligarchico e l’abolizione della democrazia.

Il regime dei “trenta tiranni” durerà circa otto mesi e sarà caratterizzato dalla contrapposizione delle figure di Teramene, più moderato, e Crizia, fautore di una crescente radicalizzazione che porterà alla guerra civile e, infine, alla sconfitta militare dell’oligarchia ad opera di Trasibulo.

Il Saggio, di per sé interessante sul piano della ricerca documentale, si sofferma sulla difficile opera di pacificazione che seguirà la fine della guerra civile prendendo a riferimento tutta una serie di figure chiave (sacerdotesse, meteci, schiavi e altre categorie di cittadini) e analizzando le cronache “giudiziarie” che li vedranno protagonisti oppure i loro ruoli istituzionali.

Un aspetto peculiare del Saggio è che spiega molto del contesto attraverso il ricorso alle figure e ruoli della coreutica greca; personalmente ho trovato che questo approccio costituisca un po’ una forzatura e non sono sicuro che questa scelta contribuisca a rendere le spiegazioni più chiare, anzi …

Recensione: Se noi bruciamo – Dieci anni di rivolte senza rivoluzione

 "Se noi bruciamo – Dieci anni di rivolte senza rivoluzione”; titolo originale: ”If We Burn: The Mass and the Missing Revolution”; di Vincent Bevins, traduzione di Maddalena Ferrara; edizioni Einaudi; Isbn 978-88-06-26397-3.

L’Autore rivisita una serie di intensi moti di piazza avvenuti per lo più nel primo decennio del ventunesimo secolo: Piazza Tahrir al Cairo, Gezi Park in Turchia, le rivolte in Brasile per il caro trasporti, seguite da quelle cilene; quindi, Hong Kong con la “rivolta degli ombrelli” e Piazza Maidan in Ucraina o la “rivolta del gelsomini” in Tunisia e tante altre ancora, dove, soprattutto i più giovani, hanno cercato di far sentire la propria voce e a cambiare gli equilibri di potere.

Quasi tutte queste esplosioni di protesta sono state caratterizzate soprattutto da moti spontanei organizzati “dal basso”, magari con l’ausilio degli strumenti della rete; hanno ottenuto mediamente nessun o pochi risultati e sono state rapidamente represse e riassorbite. Secondo l’Autore, la ragione di tanti insuccessi sta proprio nell’incapacità nel sapersi trasformare da semplici movimenti di protesta acefali in catalizzatori di organizzazioni politiche concrete sulla base di mandati chiari e rappresentanti ben definiti. In sintesi, proprio la volontà di essere “orizzontali”, “spontanei” e privi di una leadership che potesse assumere un ruolo interlocutorio con le autorità ha tagliato le gambe a tutti questi movimenti finendo per esaurirli.

Un bel libro e una bella analisi, della quale, si dovrebbe tenere debito conto.

Nota: Ora, nel 2026, mentre in Nepal le proteste della generazione Z sembrano aver veramente prodotto dei cambiamenti (si vedranno i risultati delle elezioni a marzo!).

È invece esplosa la situazione in Iran, dove i moti di protesta potrebbero veramente portare ad una vera e propria rivoluzione. Anche in questo caso però, c’è purtroppo da notare che, al momento, non è emersa nessuna figura politica capace di contrapporsi alla vecchia leadership; personalmente, non penso che tale figura possa veramente essere Pahlavi, l’ex scià di Persia. 

Vedremo come andrà a finire, con i miei migliori auguri al popolo iraniano!

martedì 13 gennaio 2026

Recensione: La lezione del Giappone – Il Paese che anticipa le sfide dell’Occidente”

 "La lezione del Giappone – Il Paese che anticipa le sfide dell’Occidente”; di Federico Rampini; edizioni Mondadori; Isbn 978-88-04-77646-8.

L’Autore invita i paesi occidentali e, in particolare, l’Europa ad analizzare ed imitare le risposte del Giappone ai mutamenti globali in corso.

Il Giappone, dopo un paio di decenni di stagnazione, sta lentamente e silenziosamente riassumendo un ruolo da protagonista sia a livello asiatico, sia a livello mondiale.

La sua economia, per nulla stagnante, regge la concorrenza sempre più agguerrita della Cina e delle altre “tigri” asiatiche; il suo soft power è più forte che mai, basti pensare al boom del turismo e alla grande influenza della cultura giapponese su quella di massa; cresce anche la spinta ad assumere una postura più muscolare in campo militare; mentre si affrontano in maniera molto originale i temi della denatalità, dell’invecchiamento della popolazione e dell’immigrazione.

In sintesi, le soluzioni giapponesi in campo economico ed energetico, e, soprattutto, il suo particolare approccio finalizzato a mantenere armonica ed omogenea la propria cultura e società può sicuramente fornire ispirazione all’Occidente, drammaticamente alla ricerca di un nuovo ruolo e di maggior equilibrio.

martedì 23 dicembre 2025

Recensione: Senza giri di parole – la verità sulle sfide economiche e sociali del nostro futuro

 

"Senza giri di parole – la verità sulle sfide economiche e sociali del nostro futuro”; di Carlo Cottarelli; edizioni Mondadori; Isbn 978-88-04-80359-1.

L’Autore, seguendo la traccia di pubblicazioni precedenti, continua a fare una panoramica dell’evoluzione del contesto economico, politico sociale e fisico del pianeta mettendone in luce gli elementi di attrito e di potenziale crisi.

I punti trattati dal saggio sono principalmente:

  • -      Il contesto geopolitico globale, che sembra prefigurare una competizione sempre più serrata fra i blocchi che gravitano intorno alla Cina e agli Usa rispettivamente. Sfida che rapidamente sta passando dal solo terreno della contrapposizione economica ad un contesto di “corsa agli armamenti” e quindi di potenziale conflitto armato.
  • -       Il crescente rischio rappresentato dall’ascesa economica e politica dei grandi “oligarchi” di occidente che interferiscono in maniera sempre più pervasiva con i processi democratici.
  • -       Il riscaldamento globale, sempre più evidente e sempre più difficilmente arginabile visto anche il contesto di sfida globale che si sta sviluppando.
  • -       Le necessità crescenti di regolare meglio i flussi migratori.
  • -       La crisi dell’Unione Europea.
  • -   Gli squilibri percepiti e prevedibili prodotti dal calo della natalità, non solo nei paesi sviluppati, ma a livello globale.
  • -       Le ragioni e gli effetti della stagnazione economica pluridecennale del nostro Paese.

Non nascondo di essere di solito allineato al pensiero dell’Autore del quale apprezzo le analisi che, purtroppo, rimangono perlopiù inascoltate.

mercoledì 17 dicembre 2025

Recensione: Perché Taiwan conta – breve storia di una piccola isola che decide il nostro futuro

  "Perché Taiwan conta – breve storia di una piccola isola che decide il nostro futuro”; titolo originale: “The Taiwan Story – How a Small Island Will Dictate the Global Future”; di Kerry Brown; traduzione di Maria Lorenza Chiesara; edizioni Einaudi; Isbn 978-88-06-26465-9.

Taiwan è spesso all’onore delle cronache; quasi sempre, in relazione al suo ruolo di potenziale detonatore di un conflitto globale che contrapponga Cina e Stati Uniti. Anche i recenti fatti di cronaca che riportano una crescita di tensione fra Cina e Giappone hanno proprio come causa scatenante le affermazioni della premier giapponese rispetto a possibili minacce cinesi all’integrità territoriale della piccola isola; niente di nuovo!

In questo breve ed intelligente saggio l’Autore ci guida in un percorso di migliore comprensione della questione, spiegando efficacemente come il ruolo di Taiwan sia effettivamente delicato stante le caratteristiche culturali ed economiche dell’isola e sulla base della sua storia antica e recente.

Ad esempio, ha effettivamente ragione chi afferma che Taiwan sia (prevalentemente) “cinese” in senso storico e culturale, ma al contempo, tali affermazioni non devono far dimenticare né i tanti elementi di differenziazione storici, culturali, sociali e politici dell’isola rispetto alla Cina continentale, né la crescente consapevolezza della popolazione che, soprattutto fra le nuove generazioni, preme per rimarcare le differenze fra il proprio modo di vivere e di pensare e quello che caratterizza il “parente” vicino.

In sintesi, Taiwan sembra vivere in un dualismo che, da una parte riconosce la vicinanza e l’attrazione con la Cina continentale, dall’altro, all’opposto, ne sottolinea i distinguo ed enfatizza la sua volontà di indipendenza.

Proprio sul tema dell’indipendenza si gioca un ruolo estremamente ambiguo e delicato; da una parte, buona parte dei taiwanesi la ricercherebbe, ma non al prezzo di una rottura dolorosa con il continente e, soprattutto, non al costo di tensioni geopolitiche capaci di scatenare violente fasi di attrito o, peggio ancora, un conflitto armato. Per questo motivo la politica taiwanese è cauta, tutta incentrata sul controllo degli eccessi mediatici e basata sul suo “soft power”, legato a doppio filo sulle sue eccellenze tecnologiche; spesso, per nulla grata a tutti quei soggetti terzi e alieni alla sua cultura che si ergono a paladini della sua specificità e spingono per promuoverne l’indipendenza e per conferirle un pieno riconoscimento internazionale anche al costo di produrre una rottura del presente delicatissimo equilibrio.