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mercoledì 9 settembre 2020

Arti marziali e MMA, le fabbriche dei killer?

 Con l’omicidio di Artena è ripresa la polemica verso l’MMA e le arti marziali; generale l’accusa di fomentare la violenza.

Chi come me pratica questi sport e, in passato, l’ha anche fatto intensamente, sa che l’accusa è infondata. Per altro, avevo già affrontato questo tema commentando "L’educazione di un fascista”, di Paolo Berizzi, editore Feltrinelli, ISBN 978-88-07-17372-1.

Le arti marziali sono principalmente una via per conquistare la sicurezza di sé, ciò avviene sia sottoponendosi ad un duro allenamento, sia, inutile negarlo, attraverso il confronto, spesso anche cruento, con altri nostri sodali; contrapposizione che però, è solo momentanea, dura lo spazio di uno scontro e viene effettuata in un contesto sportivo di regole condivise.

Più comune del disprezzo, è il rispetto e il senso di appartenenza e fratellanza con l’avversario; noi siamo sul ring, sul tatami o nella gabbia e, siamo dei pari e semmai, sono molti di quelli fuori che sono preda dell’eccitazione e, se vogliamo, della voglia di vivere di violenza riflessa... sportivi da poltrona!

L’educazione marziale può sicuramente creare dei violenti, questo è innegabile. Ma questi soggetti sono una minoranza e, i loro difetti, la loro propensione, la loro profonda ignoranza, erano già presenti prima che si avvicinassero al dojo, erano parte della loro natura era nella loro storia. L’eventuale colpa dei maestri è quella di non avere individuato per tempo e domato queste distorsioni e, nel caso fosse stato necessario, di non aver allontanato questi soggetti prima che potessero sfruttare questo percorso per nuocere di più.

Si dimentica però che l’esito normale di questa pratica sportiva ed educativa non sia la creazione di potenziali killer smaniosi di menare le mani, ben più spesso né si esce rafforzati nel fisico, nel morale e nella consapevolezza di sé; uomini forti ma pacifici, duri ma mansueti, proni al difendere ben più che all'aggredire.

Il “DŌ”, il kanji che spesso è presente nei suffissi delle discipline marziali indica la “via”, il “percorso”, è lì per fissare un obiettivo, lo scopo di creare uomini liberi e “giusti” ... poi si può anche fallire.


giovedì 29 giugno 2017

Sensazioni contrastanti

Ci sono dei momenti in cui ti accorgi che si stanno realizzando i migliori scenari e le migliori soluzioni possibili nell'ambito di una serie di previsioni che, retrospettivamente, avevi giudicato a suo tempo sfavorevolmente …

In questi casi rimane quella sensazione indescrivibilmente dolce-amara di chi si rallegra perché gli eventi si sono incanalati verso una soluzione tutto sommato ad oggi auspicabile e gestibile rispetto al momento e al luogo, ma dove trova spazio anche il rammarico per il non essere riusciti in passato ad indirizzare gli eventi verso soluzioni più favorevoli.


In questo momento il mio pensiero va a Senofonte e alle sue Anabasi. Egli alla fine sarà stato anche fiero di aver raggiunto incolume con i suoi il Ponte Eusino, ma sicuramente anche a lui non sarà sfuggito il pensiero e la sensazione che accompagnano anche la più riuscita delle ritirate; per quanto perfetta essa sia non potrà mai appagare l’animo come può farlo invece una vittoria! Una dona certamente consolazione e sollievo a fronte dei pericoli scampati, ma solo la seconda porta vera gioia!

giovedì 22 maggio 2014

Un pensiero

Non sempre chi caccia la tigre è il predatore.

venerdì 2 novembre 2012

Spunti di riflessione

Questo scritto mi è capitato in mano per caso, di fronte ad esso, per adesso, mi segno semplicemente un promemoria in modo da non perderlo troppo di vista. Esso infatti merita una riflessione perché si tratta, a mio avviso, di un brano straordinario sia riguardo al contenuto sia per ciò che concerne l'intensità, che inducono nel lettore un profondo impatto emotivo. Ho trovato che ci fosse qualcosa di quasi "faustiano" in esso ... oppure, al contrario, che nascondesse un'illuminazione, la visione fugace di una Terra di confine il cui orizzonte si staglia fra luce e ombra. Ci tornero su!


Dal libro della Sapienza


Pregai e mi fu elargita la prudenza,
implorai e venne in me lo spirito di sapienza.
La preferii a scettri e a troni,
stimai un nulla la ricchezza al suo confronto,
non la paragonai neppure a una gemma inestimabile,
perché tutto l’oro al suo confronto è come un po’ di sabbia
e come fango sarà valutato di fronte a lei l’argento.
L’ho amata più della salute e della bellezza,
ho preferito avere lei piuttosto che la luce,
perché lo splendore che viene da lei non tramonta.
Insieme a lei mi sono venuti tutti i beni;
nelle sue mani è una ricchezza incalcolabile

lunedì 8 ottobre 2012

Etica e azione – Una riflessione sul mito del Superuomo ispirata da “Delitto e Castigo” di F. Dostoevski

Il capolavoro di Dostoevski non lascia indifferenti, molti rimangono colpiti da qualcuno dei temi trattati nel romanzo o dalla figura di qualche personaggio e questo è quanto, è successo anche a me. Prima di leggerlo, avevo l’impressione che l’interesse dei più s’incentrasse sul ruolo salvifico della religione, probabilmente ciò è vero, ma adesso mi rendo conto che questo elemento costituisce al più uno degli assi, non necessariamente il principale, intorno al quale ruota la vicenda.
 Il libro è caleidoscopico e tocca moltissimi temi, personalmente, quello che mi ha attratto di più è quello incentrato sui rischi del nichilismo e sulla figura del protagonista Rodion Romanovič Raskolnikov. Durante il romanzo emergono le ragioni profonde che guidano la mano assassina del giovane studente, esse sono inizialmente confuse, ma infine appaiono nitidamente. L’omicidio, apparentemente compiuto a scopo di rapina trova una prima giustificazione nella disastrata situazione economica di Raskolnikov; i soldi sottratti alla vecchia usuraia dovrebbero servire al protagonista per rimettersi sui binari, trovare ampie risorse per continuare gli studi e per impostare una vita di successo, ma anche per affrancare la madre e la giovane sorella dall’obbligo del suo mantenimento. Già a proposito di quest’ultimo punto però, emerge l’ambiguità di Raskolnikov perché la sua volontà d’indipendenza non mi appare genuinamente motivata dall'intenzione di non gravare sui famigliari, quanto da un incontenibile e mal indirizzato senso di orgoglio che lo spinge a un tentativo infruttuoso di affrancarsi prima del tempo. Lui poi avrebbe la soluzione al problema, basterebbe impegnarsi sopportando lo stato d’indigenza, adattarsi a qualche modesta fonte di guadagno imitando il comportamento del suo amico Dmitrij Prokofevič Vrazumichin (Razumichin ) per il quale, sembra provare sì ammirazione, ma anche molta invidia.
 Raskolnikov, a mio avviso, è innanzi tutto un pigro, vuole immediatamente indipendenza e agi e non è (più) disposto a soffrire per migliorare la sua condizione, non vuole faticare nella sua scalata al successo e come molti deboli e inetti si culla nell’illusione della svolta ottenuta con un colpo di teatro. Sotto questa luce, tutta la sua preoccupazione verso i famigliari appare come una semplice scusa, una giustificazione morale elaborata a priori per addormentare la propria coscienza. Poi però emergono le vere ragioni nascoste che guidano l’azione del protagonista, svelando l’effetto corrosivo dell’approccio nichilista. Egli, oggettivamente un fallito, si sente invece un Napoleone (non è raro in personaggi di tal fatta!), un uomo del destino che deve mettersi alla prova e ha la necessità di dimostrare a se stesso la sua capacità e volontà di saltare lo steccato morale che dovrebbe rendere evidenti le sue qualità di superuomo. Compiendo il delitto, eliminando consapevolmente una semplice “piattola” (così egli definisce la vittima prima e dopo l’omicidio) egli, nelle sue intenzioni deliranti, si rende padrone della propria morale e spiana il proprio destino. Secondo me, proprio in questo punto avviene un tipico cortocircuito che caratterizza il pensiero nichilista. L’aspetto che sfugge a ogni logica è quello di pretendere di autoproclamarsi “superiore” grazie ad un clamoroso atto d’indipendenza compiuto contro l’etica condivisa. Seguendo questa china non si oltrepassano i propri limiti in termini positivi, non si ascende, ma anzi si precipita regredendo al ruolo patetico di “super infame”. L’errore grossolano è quello di pensare che il Superuomo, posto che abbia senso questo termine, si possa incoronare da sé, quando invece è il proprio destino, la propria storia, o nei casi fortunati, quella ufficiale a farlo, ma sempre a posteriori. Non ci si candida a essere “eccezionali”, forse infine si scopre semplicemente di esserlo, o almeno di essere visti come tali. Tutto ciò però avviene, posto che effettivamente succeda, (perché non è detto che il proprio operato sarà rilevato) attraverso il giudizio di altri. Neanche la rivisitazione del passato, del percorso che si è compiuto, è soggettivamente rilevante perché l’eventuale scoperta matura esternamente, non è mai del soggetto che, invece, guarda al proprio passato solo per trarre esperienza e per misurare i propri progressi. Nella realtà, comunque, non esiste nessun Superuomo, ma solo un semplice uomo in formazione, alla continua ricerca del proprio compimento in relazione ai modelli che lo ispirano. Se per gli altri egli finisce per essere un eroe, un personaggio eccezionale, egli non si vedrà mai così, egli, infatti, fa le cose per sé e poiché necessarie al proprio completamento e le sue opere, magari straordinarie, intimamente si danno come atti dovuti e necessari, doveri ai quali egli non si può sottrarre.
Ecco l’errore tragico di Raskolnikov, non si diventa Superuomo in virtù di una prova singola, a un rito d’iniziazione; e poi, l’ho già detto, il Superuomo non esiste, è un concetto illusorio. Si può però divenire padroni del proprio destino, qualsiasi esso sia, e questo avviene solo quando si accetta di seguire la via del perfezionamento, sapendo che tale percorso non conduce necessariamente al successo e alla gloria terrena. Il premio è la pace, l’accettazione di sé, la consapevolezza di essere e di agire nel giusto. Il processo però, necessita per forza tempi lunghi e non può implicare una rottura con la morale del momento. Si deve lavorare per la giustizia, ma la percezione di ciò che è giusto si sviluppa lentamente grazie ad un incessante lavoro di studio e di miglioramento. E’ la cultura, lo spirito di analisi e la capacità di osservazione che deve guidare l’azione. in ogni caso, mai ci si separa completamente dall’etica contemporanea verso la quale non si ricerca mai una rottura, semmai si scruta il futuro cercando di vederne o promuoverne l’evoluzione. Anche il legame verso la tradizione deve rimanere saldo, incentrato su quei principi basilari che si sanno fondamentali, come la “regola aurea” oppure il generico rispetto della vita, per quanto possibile. Per l’uomo la vita è importante in tutte le sue forme, non esistono “piattole”. Levare la vita può essere un atto necessario o anche solo utile o comunque dettato dal contesto oggettivo, al modo in cui funzionano le cose, ma non deve mai essere banalizzato, relegato nell’irrilevanza, pena la perdita dell’umanità, dello status di uomo, del senso di giustizia. Per questi motivi, la via del perfezionamento non prevede rivoluzioni ma riforme graduali, un progresso che ci si augura incruento legato al maturare dei tempi, alla ricerca del senso e dell’armonia di gesti, parole e azioni e non può ridursi a un unico eclatante atto volitivo.

martedì 3 aprile 2012

A Franca

E' Primavera.
Potrebbe il vento trattenere il respiro?
Delicata è la promessa dei fiori del pesco.



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Ti domando!
Dietro che nuvola è celata oggi la vittoria?

venerdì 16 settembre 2011

Noi, le scimmie buone - La scienza alla ricerca delle origini dell'etica

Su La Stampa del 14-09-2011, allegato all'inserto di Tuttoscienze è stato pubblicato un interessante articolo del primatologo Frans De Waal con il seguente titolo:"Noi, le scimmie buone - I test con i primati dimostrano che non c'è bisogno di Dio - gli ingredienti morali sono radicati nel passato evolutivo". Chi volesse consultare direttamente l'articolo può farlo ricercardo il percorso qui sotto indicato:
http://www.scribd.com/doc/65177065

Nel corso dell'articolo lo scienziato spiega i risultati di alcune ricerche riguardo al comportamento dei primati che sembrano dimostrare come essi siano capaci di comportamenti disinteressati che noi classificheremmo come "etici", quali ad esempio: consolare altri soggetti, aiutarli nella ricerca del cibo, ricercare riconpense per il prossimo oppure invece, rifiutare riconpense di qualità inferiore (cibo meno gradito) quando invece, per gli stessi compiti, altri soggetti ricevono ricompense di qualità superiore.
Creando un parallelo con gli esseri umani, si lascia intendere che la moralità possa essere più antica della religione. L'Autore quindi mette in guardia contro tutti coloro che vedono nella sola fede l'unico baluardo contro i comportamenti ripugnanti.

L'articolo è bello ed interessante e lascia spazio a considerazioni rilevanti. Devo però premettere che l'Autore non parla di Dio (il titolo in effetti è sensazionalistico ma fuorviante), ma solo di fede, peraltro immagino, più intesa nel senso di "religione" che non nel senso di ricerca di "spiritualità".
Secondo quanto ho capito, in sintesi si affermerebbe che i primati (uomini compresi) hanno una loro moralità innata e genetica. Semmai quindi ciò che ci sarebbe ancora da capire, sarebbero le ragioni per le quali essi si sono evoluti in questo senso (qui eventualmente si potrebbe immaginare uno spazio per reintrodurre l'opera divina!). Soprattutto però è possibile ipotizzare che siano le varie fedi e religioni a derivare da questa naturale inclinazione dell'uomo all'etica e non viceversa. Verrebbe quindi messo in crisi il dogma che siano state le religioni a creare le basi e i presupposti dell'etica umana. Tale ragionamento è ovviamente dironpente per tutti coloro che si ritengono depositari del "Verbo incarnato" in quanto dimostrebbe proprio la fallacità di quanti si ritengono gli unici custodi dell'etica, della morale e della verità assoluta. Nella migliore delle ipotesi infatti, cioè che un Dio "buono" effettivamente esista e sia alla base dell'etica umana, ogni diversa fede si ridurrebbe ad essere solo uno dei tanti ruscelli in cui si è disperso l'aveo che conduce a Dio ...... pertanto, ogni religione verrebbe ricondotta al più, ad essere solo un percorso utile fra tanti altri!

mercoledì 18 maggio 2011

UNA RIFLESSIONE SUL MOVIMENTO DI COMUNIONE E LIBERAZIONE BASANDOSI SULL’INDAGINE “La Lobby di Dio” di Ferruccio Pinotti.

Recentemente ho avuto l’occasione di imbattermi nel libro di Ferruccio Pinotti “La Lobby di Dio – fede, affari e politica. La prima inchiesta su Comunione e Liberazione e La Compagnia delle Opere”, edizioni Chiarelettere, ISBN 978-88-6190 che svolge un’inchiesta sul fenomeno di Comunione e Liberazione (CL) e del suo braccio economico-finanziario, La Compagnie delle Opere (CdO). Entrambe le realtà riscuotono, da una parte un crescente successo, dall’altra sollevano perplessità e timori rispetto alla loro natura, agli scopi dichiarati o a esse attribuiti oppure relativamente alla loro crescente influenza che ormai ha conseguito un certo peso sia politico sia economico. L’opera termina con un giudizio sostanzialmente negativo riguardo alla natura ed agli effetti globali prodotti da CL intesa nella sua globalità. Personalmente mi allineo in linea generale a questo giudizio, tuttavia ritengo che questo fenomeno, e altri simili meritino, almeno sul piano individuale di essere analizzati con maggiore attenzione. Penso che l’analisi di quanto è riconducibile alla realtà CL possa essere svolta su più livelli e prospettive diverse che tendono continuamente a interconnettersi e a sovrapporsi. Sul piano individuale è probabile che le persone che aderiscono al movimento sfuggano in parte, chi più chi meno, alle categorizzazioni esplicitate dall’indagine; quando invece si proceda su un piano più generale mi sembra che le omologazioni prodotte dall’Autore acquistino maggiore visibilità e veridicità. In ogni caso, ritengo che sia fuorviante sostenere che chi milita in questi tipi di organizzazioni siano sostanzialmente persone già alla base vulnerabili, sviabili, plagiate, invasate o deboli, come invece sembra che sia l’opinione dei principali detrattori di CL, io penso invece che siano di più quei soggetti che abbiano interiorizzato attraverso una precoce opera di indottrinamento una forte ideologia che non è facile scalfire e che soprattutto difficilmente ormai essi stessi mettono in discussione, tanto più che l’ambiente che frequentano e il relativo successo che riscuote la loro formula associativa od altre simili tende a confortarli sul fatto di essere dalla parte del giusto. In ogni caso ritengo si possa affermare come per essi sia effettivamente riscontrabile l’effetto di una capillare opera di educazione ricevuta in età giovanile e come questo situazione confermi la veridicità delle affermazione fatte ormai quasi tre secoli fa da un pensatore reazionario quale fu Joseph De Maistre, paladino del “partito” clericale ed acceso sostenitore del primato della chiesa cattolica e della figura del Pontefice.
Dal mio punto di vista, mi appare plausibile il quadro psicologico riferibile all’”adepto”e tratteggiato all’interno dell’intero lavoro di Pinotti, ma soprattutto approfondito nella parte dedicata all’analisi dello psicologo Luigi Cortesi. In particolare, la frase:” :”In CL incontri la ragazza, ti sposi, trovi lavoro, fai figli, li educhi, li sistemi, sempre con ciellini e tra ciellini. E’ un vuoto che ti dà l’impressione della pienezza”, mi sembra che da una parte riassuma bene il concetto, mentre dall’altra lascia una serie di interrogativi e di dubbi irrisolti. Viene infatti spontaneo chiedersi .”Si ok! Ma qual è l’alternativa?!”, oppure “Ma questo è necessariamente un male?”. L’analisi di Cortesi fornisce una serie di motivazione per le quali questo genere di situazioni non siano né positive né auspicabili, ma rischino invece di divenire potenzialmente patologiche. Esse infatti implicano forme di ripiegamento, di chiusura di esclusione verso il mondo esterno e una forte rinuncia della propria individualità. Io condivido completamente queste riflessioni, bisogna però riconoscere come spesso, ad un certo individuo non venga posta dalle circostanze una vera alternativa fra “vuoto” e “pieno”, ma solo fra forme progressivamente meno attraenti di “vuotezza”. Costruire da soli una forte e sicura personalità non è cosa da tutti; in ogni caso l’indipendenza e l’individualismo spesso non semplificano la vita, anzi! Pertanto mi sembra quantomeno prudente essere un po’ comprensivi e accondiscendenti verso coloro che, probabilmente persino con un certo grado di consapevolezza, scelgono di rimanere protetti nel bozzolo della loro bella favola, soprattutto nel momento in cui questa preveda un pacchetto completo comprendente ideali, certezze, amicizie ed affetti. Aggiungo anche che, a mio avviso, Il successo di queste organizzazioni si spiega anche con il fatto che molti sono coloro che sono disposti a sacrificare parte della propria individualità per aderire ad un modello che allontana il dubbio e propone un pacchetto di “servizi” in grado di semplificare effettivamente la propria esistenza. Sono per altro sicuro che, per quelli disposti ad aderire alla “regola” e che ben la sopportano, il vantaggio sia reale e non illusorio, pertanto nei loro confronti, non c’è a ben vedere ne trucco ne inganno. Chi ci sta’ ben lo sa e ben lo percepisce; in fondo infatti tutto ciò riproduce la logica che sottende molti sistemi di tipo corporativo e clientelistico i quali si propongono di assicurare ai propri membri un certo grado di protezione in cambio di fedeltà. In questo caso viene aggiunto a titolo di sovrappiù anche un confortante mantello ideologico. Solo chi sta fuori percepisce effettivamente come questi generi di accordi possano diventare pericolosi, in primis proprio per quelli che non appartengono alla comunità in quanto individualmente si trovano sempre in svantaggio nei confronti di una entità che, seppur minoritaria, si avvale di un superiore livello di organizzazione, ma anche per quegli interni che, per qualche motivo non si trovino più in accordo con la “regola” da seguire, per i quali si pone il dilemma se fingere assenso o subire qualche forma spesso rilevante di distacco e forse persino di ostracismo.
E’ giunto quindi il momento di arrivare alle conclusioni personali riguardo al mio giudizio sul Movimento. Come premesso la mia idea su CL è sostanzialmente negativa. Il mio sistema di valori, la mia educazione e la mia etica rifiutano categoricamente un sistema che si presenta come dogmatico, settario, totalizzante (e forse totalitario) e, dal mio punto di vista liberticida (nel senso che non incoraggia la libertà individuale) e che in sovrappiù, rischia di degenerare progressivamente in una lobby politico-economica di matrice clientelare. In ogni caso, nell’ottica delle reciproche distanze e di differenze che ritengo difficilmente sanabili, posso ammettere che CL possa comunque, volendo, svolgere un ruolo utile. Per sua natura ed in nome dei principi etici e religiosi che l’hanno originata CL potrebbe sicuramente continuare a svolgere una importante missione di testimonianza cristiana ed una fattiva attività di impegno sociale, tutto ciò però a patto che si tenga alla larga dalla vita economica e politica, come pare fosse per altro nelle intenzioni del fondatore Don Giussani. Posto però che ormai l’invadenza del movimento è già percepibile in entrambi gli ambienti, da una parte attraverso il sistema delle candidature di simpatizzanti e dall’altra tramite l’attività della CdO, toccherebbe al Movimento stesso, a rigor di logica, fare un passo indietro e avviare una fase di ripensamento. Questo, a parer mio, può avvenire solo se, da una parte l’elite che guida il Movimento smette di avvalersi della propria influenza sulla “base” per promuovere attivamente la convergenza del voto verso candidati che simpatizzano o peggio promuovono gli interessi mondani di entità economiche o di soggetti legati a qualche titolo a CL; dall’altra, a patto che la maggioranza degli aderenti, in piena autonomia e a livello di singolo aderente la smetta di riporre cieca fiducia riguardo alle indicazioni di natura politica che gli vengono proposte dall’alto. Lo sviluppo di una autocoscienza critica è infatti fondamentale in Democrazia e costituisce l’unico vero antidoto al veleno del lobbysmo e del clientelismo e pertanto, ogni individuo, per quanto a sua volta inserito in una serie di collettività più ampie, non può delegare la responsabilità e la consapevolezza delle proprie scelte a livelli più alti rispetto al piano individuale. In Democrazia, l’elettore ha il dovere di non fidarsi a priori di nessuna formula o soluzione preformattata, ha la responsabilità di meditare sui temi che più li stanno a cuore e, di conseguenza, deve assumersi autonomamente l’onere di scegliersi da se il rappresentante che ritiene più adatto, sorvegliandone infine l’attività politica. Riguardo a questo processo i ciellini mi appaiono, forse per eccesso di fiducia verso i propri leader, estremamente carenti e pertanto si prestano ad essere manipolati e strumentalizzati.

martedì 28 settembre 2010

Sulla religione - qualche premessa

Ero sicuro che alla fine avrei finito per inaugurare anche questo tema, tale necessità infatti non ha solamente aspetti personali ma nasce anche dalla ovvia constatazione che molte delle vicende umane dipendano o siano in qualche modo intrecciate con questo argomento. Fin dall’origine dell’uomo le varie credenze religiose hanno influenzato l’agire e i pensieri degli individui agendo sullo sviluppo del pensiero, dell’etica e del sapere umano nonché sulle forme delle strutture sociali ed economiche in cui viviamo. Anche oggi, nonostante l’affermazione del metodo scientifico che ha modificato profondamente le nostre categorie del pensiero, la religione continua ad essere centrale nelle nostre vite e nelle società che ci siamo dati. Anche solo la necessità di decidere se collocarsi in macrocategorie come quelle degli atei, degli agnostici o dei credenti finisce per essere un riconoscimento quanto meno implicito dell’importanza di questo argomento nelle nostre vita. Inoltre gli aspetti religiosi rimangono ancora adesso termini di riferimento che non possono essere semplicemente ignorati nel momento in cui s’intenda rapportarsi con singole realtà, intere culture, Paesi, gruppi o individui.
Da qui, per quanto mi riguarda, scaturisce la necessità di cominciare un’analisi che mi permetta di rapportarmi coscientemente con questi argomenti. In passato ho ricevuto un’educazione cristiano-cattolica che allora era semplicemente impartita e assimilata come un dato di fatto, adesso si tratta di sapere quanto e perché di ciò che è stato passivamente assimilato vada ritenuto o rigettato. Alla fine si tratta di partire da domande semplici, ad esempio se sia utile, auspicabile o persino inderogabile impartire ai propri figli un insegnamento cristiano o comunque religioso. La risposta non è così scontata come lo era “ai miei tempi”, ora moltissimi bambini non frequentano il catechismo e tantissimi chiedono di essere esentati dalla frequenza scolastica, per altro verso, per le famiglie che optano per questa scelta viene di norma richiesto un maggior coinvolgimento, se non un atteggiamento apertamente “militante”. Intanto cresce l’”offerta” in materia religiosa (si veda ad esempio “la Santa ignoranza - Religioni senza cultura", di Oliver Roy, ed. Feltrinelli, uno degli ultimi saggi sull’argomento) che vede un proliferare di sette e credi vecchi e nuovi, autoctoni oppure esotici, importati come mode da paesi lontani o arrivati a noi al seguito degli immigranti. Cresce anche la tribù di coloro che si definiscono atei, categoria che finalmente comincia ad essere sdoganata come forma rispettabile di moralità e di pensiero.
Nel corso dei miei ultimi anni mi è capitato più volte di leggere testi attinenti al tema della “spiritualità”, ma solo ultimamente ho avvertito la necessità di ripartire da quanto avrei già dovuto conoscere. Ecco quindi il mio programma che prevede la rilettura dei quattro Vangeli canonici, seguita da quelli apocrifi (ma trascurerò invece i cosiddetti “Vangeli gnostici”), dagli atti degli apostoli per poi tornare sul vecchio testamento, tutto ciò senza pretesa di estrapolare da solo chissà quale idea teologica, ma con il solo fine di riacquisire la conoscenza di testi dei quali molti parlano, ma che pochi hanno letto davvero. Mi piace pensare poi, che sarò in grado di formulare un giudizio sui contenuti di queste opere esattamente come mi sento in grado di farlo per la maggior parte delle letture che ho affrontato ultimamente.