mercoledì 18 maggio 2011

UNA RIFLESSIONE SUL MOVIMENTO DI COMUNIONE E LIBERAZIONE BASANDOSI SULL’INDAGINE “La Lobby di Dio” di Ferruccio Pinotti.

Recentemente ho avuto l’occasione di imbattermi nel libro di Ferruccio Pinotti “La Lobby di Dio – fede, affari e politica. La prima inchiesta su Comunione e Liberazione e La Compagnia delle Opere”, edizioni Chiarelettere, ISBN 978-88-6190 che svolge un’inchiesta sul fenomeno di Comunione e Liberazione (CL) e del suo braccio economico-finanziario, La Compagnie delle Opere (CdO). Entrambe le realtà riscuotono, da una parte un crescente successo, dall’altra sollevano perplessità e timori rispetto alla loro natura, agli scopi dichiarati o a esse attribuiti oppure relativamente alla loro crescente influenza che ormai ha conseguito un certo peso sia politico sia economico. L’opera termina con un giudizio sostanzialmente negativo riguardo alla natura ed agli effetti globali prodotti da CL intesa nella sua globalità. Personalmente mi allineo in linea generale a questo giudizio, tuttavia ritengo che questo fenomeno, e altri simili meritino, almeno sul piano individuale di essere analizzati con maggiore attenzione. Penso che l’analisi di quanto è riconducibile alla realtà CL possa essere svolta su più livelli e prospettive diverse che tendono continuamente a interconnettersi e a sovrapporsi. Sul piano individuale è probabile che le persone che aderiscono al movimento sfuggano in parte, chi più chi meno, alle categorizzazioni esplicitate dall’indagine; quando invece si proceda su un piano più generale mi sembra che le omologazioni prodotte dall’Autore acquistino maggiore visibilità e veridicità. In ogni caso, ritengo che sia fuorviante sostenere che chi milita in questi tipi di organizzazioni siano sostanzialmente persone già alla base vulnerabili, sviabili, plagiate, invasate o deboli, come invece sembra che sia l’opinione dei principali detrattori di CL, io penso invece che siano di più quei soggetti che abbiano interiorizzato attraverso una precoce opera di indottrinamento una forte ideologia che non è facile scalfire e che soprattutto difficilmente ormai essi stessi mettono in discussione, tanto più che l’ambiente che frequentano e il relativo successo che riscuote la loro formula associativa od altre simili tende a confortarli sul fatto di essere dalla parte del giusto. In ogni caso ritengo si possa affermare come per essi sia effettivamente riscontrabile l’effetto di una capillare opera di educazione ricevuta in età giovanile e come questo situazione confermi la veridicità delle affermazione fatte ormai quasi tre secoli fa da un pensatore reazionario quale fu Joseph De Maistre, paladino del “partito” clericale ed acceso sostenitore del primato della chiesa cattolica e della figura del Pontefice.
Dal mio punto di vista, mi appare plausibile il quadro psicologico riferibile all’”adepto”e tratteggiato all’interno dell’intero lavoro di Pinotti, ma soprattutto approfondito nella parte dedicata all’analisi dello psicologo Luigi Cortesi. In particolare, la frase:” :”In CL incontri la ragazza, ti sposi, trovi lavoro, fai figli, li educhi, li sistemi, sempre con ciellini e tra ciellini. E’ un vuoto che ti dà l’impressione della pienezza”, mi sembra che da una parte riassuma bene il concetto, mentre dall’altra lascia una serie di interrogativi e di dubbi irrisolti. Viene infatti spontaneo chiedersi .”Si ok! Ma qual è l’alternativa?!”, oppure “Ma questo è necessariamente un male?”. L’analisi di Cortesi fornisce una serie di motivazione per le quali questo genere di situazioni non siano né positive né auspicabili, ma rischino invece di divenire potenzialmente patologiche. Esse infatti implicano forme di ripiegamento, di chiusura di esclusione verso il mondo esterno e una forte rinuncia della propria individualità. Io condivido completamente queste riflessioni, bisogna però riconoscere come spesso, ad un certo individuo non venga posta dalle circostanze una vera alternativa fra “vuoto” e “pieno”, ma solo fra forme progressivamente meno attraenti di “vuotezza”. Costruire da soli una forte e sicura personalità non è cosa da tutti; in ogni caso l’indipendenza e l’individualismo spesso non semplificano la vita, anzi! Pertanto mi sembra quantomeno prudente essere un po’ comprensivi e accondiscendenti verso coloro che, probabilmente persino con un certo grado di consapevolezza, scelgono di rimanere protetti nel bozzolo della loro bella favola, soprattutto nel momento in cui questa preveda un pacchetto completo comprendente ideali, certezze, amicizie ed affetti. Aggiungo anche che, a mio avviso, Il successo di queste organizzazioni si spiega anche con il fatto che molti sono coloro che sono disposti a sacrificare parte della propria individualità per aderire ad un modello che allontana il dubbio e propone un pacchetto di “servizi” in grado di semplificare effettivamente la propria esistenza. Sono per altro sicuro che, per quelli disposti ad aderire alla “regola” e che ben la sopportano, il vantaggio sia reale e non illusorio, pertanto nei loro confronti, non c’è a ben vedere ne trucco ne inganno. Chi ci sta’ ben lo sa e ben lo percepisce; in fondo infatti tutto ciò riproduce la logica che sottende molti sistemi di tipo corporativo e clientelistico i quali si propongono di assicurare ai propri membri un certo grado di protezione in cambio di fedeltà. In questo caso viene aggiunto a titolo di sovrappiù anche un confortante mantello ideologico. Solo chi sta fuori percepisce effettivamente come questi generi di accordi possano diventare pericolosi, in primis proprio per quelli che non appartengono alla comunità in quanto individualmente si trovano sempre in svantaggio nei confronti di una entità che, seppur minoritaria, si avvale di un superiore livello di organizzazione, ma anche per quegli interni che, per qualche motivo non si trovino più in accordo con la “regola” da seguire, per i quali si pone il dilemma se fingere assenso o subire qualche forma spesso rilevante di distacco e forse persino di ostracismo.
E’ giunto quindi il momento di arrivare alle conclusioni personali riguardo al mio giudizio sul Movimento. Come premesso la mia idea su CL è sostanzialmente negativa. Il mio sistema di valori, la mia educazione e la mia etica rifiutano categoricamente un sistema che si presenta come dogmatico, settario, totalizzante (e forse totalitario) e, dal mio punto di vista liberticida (nel senso che non incoraggia la libertà individuale) e che in sovrappiù, rischia di degenerare progressivamente in una lobby politico-economica di matrice clientelare. In ogni caso, nell’ottica delle reciproche distanze e di differenze che ritengo difficilmente sanabili, posso ammettere che CL possa comunque, volendo, svolgere un ruolo utile. Per sua natura ed in nome dei principi etici e religiosi che l’hanno originata CL potrebbe sicuramente continuare a svolgere una importante missione di testimonianza cristiana ed una fattiva attività di impegno sociale, tutto ciò però a patto che si tenga alla larga dalla vita economica e politica, come pare fosse per altro nelle intenzioni del fondatore Don Giussani. Posto però che ormai l’invadenza del movimento è già percepibile in entrambi gli ambienti, da una parte attraverso il sistema delle candidature di simpatizzanti e dall’altra tramite l’attività della CdO, toccherebbe al Movimento stesso, a rigor di logica, fare un passo indietro e avviare una fase di ripensamento. Questo, a parer mio, può avvenire solo se, da una parte l’elite che guida il Movimento smette di avvalersi della propria influenza sulla “base” per promuovere attivamente la convergenza del voto verso candidati che simpatizzano o peggio promuovono gli interessi mondani di entità economiche o di soggetti legati a qualche titolo a CL; dall’altra, a patto che la maggioranza degli aderenti, in piena autonomia e a livello di singolo aderente la smetta di riporre cieca fiducia riguardo alle indicazioni di natura politica che gli vengono proposte dall’alto. Lo sviluppo di una autocoscienza critica è infatti fondamentale in Democrazia e costituisce l’unico vero antidoto al veleno del lobbysmo e del clientelismo e pertanto, ogni individuo, per quanto a sua volta inserito in una serie di collettività più ampie, non può delegare la responsabilità e la consapevolezza delle proprie scelte a livelli più alti rispetto al piano individuale. In Democrazia, l’elettore ha il dovere di non fidarsi a priori di nessuna formula o soluzione preformattata, ha la responsabilità di meditare sui temi che più li stanno a cuore e, di conseguenza, deve assumersi autonomamente l’onere di scegliersi da se il rappresentante che ritiene più adatto, sorvegliandone infine l’attività politica. Riguardo a questo processo i ciellini mi appaiono, forse per eccesso di fiducia verso i propri leader, estremamente carenti e pertanto si prestano ad essere manipolati e strumentalizzati.

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