venerdì 11 settembre 2026

QUALCHE RIFLESSIONE SUL SUCCESSO DELLA AFD IN GERMANIA E SUL MODO IN CUI LE SOCIETA’ SCIVOLANO VERSO I REGIMI.

 

QUALCHE RIFLESSIONE SUL SUCCESSO DELLA AFD IN GERMANIA E SUL MODO IN CUI LE SOCIETA’ SCIVOLANO VERSO I REGIMI.

Qualche giorno fa, il partito di AFD- Alternative für Deutschland ha conseguito un clamoroso risultato nelle elezioni in Sassonia, ottenendo un risultato di circa il 45% a fronte di un’affluenza massiccia degli aventi diritto (75% - Fonte: Corriere della Sera).

La sconfitta dei partiti storici, in primo luogo della CDU- Cristiano democratici (Christlich Demokratische Union Deutschlands) che, tra l’altro, si qualifica come una compagine di orientamento “conservatore”, è evidente, mentre il trend di crescita dei partiti dell’ultradestra in Germania e nel resto d’Europa sembra inarrestabile.

In questo contesto, spigolando fra le varie notizie sono “inciampato” in questo interessante articolo de “Il Fatto Quotidiano”:

https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/09/07/nazismo-chapoutot-legge-sangue-notizie/8495529/

che finisce per parlare di un libro: "La legge del sangue. Pensare e agire da nazisti", che ho letto tempo fa (circa 10 anni fa) quando era facilmente reperibile in libreria fresco di edizione.

Questo il mio commento di allora:

https://dariovarese.blogspot.com/2016/10/recensione-la-legge-del-sangue-pensare.html

Per farla breve, il Saggio si chiede come un’intera Società come quella tedesca abbia potuto cedere alle lusinghe del nazismo o quanto meno rimanere acquiescente finendo poi per avallarne l’ideologia e le scelte politiche. In particolare, ci si pone la domanda di come fosse avvenuto che una larga schiera di scienziati, intellettuali, eruditi e artisti di vario genere si siano trovati a proprio agio con l’ideologia nazista e con i presupposti (per me, quanto meno naive) sui quali essa poggiava.

Per me esiste una risposta abbastanza semplice alla domanda, la quale però, poi richiederebbe l’analisi di variabili molto più complesse e estremamente articolate.

Rimaniamo quindi alla mia risposta semplice (se vogliamo “semplicistica”).

Fu il malcontento crescente verso le politiche inefficaci (spesso solo percepite come tali, almeno se parliamo del campo economico!) messe in atto dai partiti tradizionali a spingere progressivamente una popolazione, in oggettiva difficoltà, a rivolgersi progressivamente verso le promesse del nazismo, poi, una volta che il potere del nazismo cominciò a consolidarsi seguì la solita schiera di opportunisti o semplici “quietisti” …questo, a mio avviso è un processo che, con le dovute varianti, succede sempre! Tra l’altro, smettiamo di pensare che gli “intellettuali” siano Santi disinteressati a ricchezze, mezzi, potere e influenze; personalmente, infatti, penso che caratteristiche come la grettezza, l’ignavia, la smania di potere, ecc. siano trasversali e degnamente e proporzionalmente rappresentate fra tutti gli esseri umani (si pensi ad esempio a personaggi come l’architetto Albert Speer).

Non mi soffermo quindi sul quadro storico dell’epoca perché Immagino che tutti più o meno conoscano le difficoltà che dovette affrontare la società tedesca dalla fine della Prima Guerra Mondiale fino agli anni Trenta del Novecento. È però bene ricordare che molti dei successi economici del nazismo furono costruiti su scelte, anche dolorose, messe in atto precedentemente; in più, il regime mise in atto un approccio Keynesiano di lavori pubblici e spese militari che alleviò sì la disoccupazione e portò sviluppo economico, il tutto però a spese di un indebitamento rilevante e ricorrendo a quella che potremmo definire “una finanza allegra” difficilmente sostenibili nel lungo periodo; in sintesi, la guerra che ne seguì fu anche in parte dovuta a pressanti e ineludibili necessità economiche!

E’ questo è il passato, ma tutto ciò che c’entra con l’ascesa dell’AFD e dell’estrema destra in generale in tutta l’Europa?

Torniamo al problema del “malcontento”, l’Europa e la Germania in particolare sono in crisi economica e di identità e, come ai tempi dell’ascesa di nazismo e fascismo (e se vogliamo del comunismo!), l’attuale classe politica tradizionale non sembra brillare nell’affrontare né la situazione economica, né quella sociale.

Se devo dire la mia opinione però l’estrema destra comincia sempre a consolidarsi coagulando il malumore che emerge sul piano sociale (che ovviamente ha radici anche economiche, ma per adesso teniamo i piani distinti!). Nel nostro caso, il bersaglio principale sono gli immigrati, poi il tema si estende ad altri aspetti come quello della diversità, della tutela della famiglia tradizionale, della denatalità, della criminalità, dell’ordine pubblico e della salvaguardia della “cultura” nazionale e tradizionale. Ecco qui che rispuntano “fra le righe” i concetti ricorrenti di sangue, terra e popolo! Quest’ultimo il “Volk”, visto come il popolo ideale e originario e non come risulta in effettivo.

Vediamo quindi che l’estrema destra cresce utilizzando una dialettica iperbolica predicando soluzioni “semplici”, spesso inapplicabili (ora) in quanto troppo radicali rispetto ai nostri principi (sempre meno) democratici, ma che appaiono tutto sommato attuabili (e non solo al popolo bue!) purché sussista la volontà di porle in atto.

Questi signori mentono? In parte sì, o almeno tutto ciò pecca un po’ di semplicismo e di moti di “pancia”; temo però che, una parte crescente dell’elettorato ci si ritrovi! Ed è esattamente questo il punto.

In sintesi, la mia opinione è che la crescita attuale dei partiti di estrema destra sia dovuta principalmente alla scarsa attenzione dei partiti tradizionali che, quanto meno per inazione, se non per semplice presunzione, snobbano quei temi sociali che l’elettorato invece considerare d’importanza crescente.

La verità è che, in un contesto di tensioni economiche crescenti (in Germania la crisi economica, soprattutto del settore meccanico sta colpendo duro) e in una fase come quella attuale dove si percepisce una certa “decadenza” dell’importanza dell’Europa rispetto ad altri “players” mondiali, la leadership dei partiti tradizionali viene percepita come distante dai problemi della gente comune e particolarmente lenta nel cercare e applicare soluzioni.

Fra questi “problemi”, rientrano tutte le problematiche legate a migranti, integrazione, ordine pubblico, ecc. che sono tutti strettamente interrelati, ma che sono “appannaggio” e argomento elettorale prevalentemente dei partiti di destra.

La soluzione passa, a mio avviso, dal riconoscere che questi problemi, ancorché sicuramente ingigantiti, esistono e sono meritevoli di essere affrontati.

Ad esempio, una cosa è sostenere la necessità della re-immigrazione nella forma estrema prevista comunemente (vedi ad es. wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Remigrazione) un’altra, ammettere che esista un problema di ordine pubblico spesso correlato con l’immigrazione e con gli immigrati di prima e/o seconda generazione e che, di conseguenze certe regole vadano inasprite (es. abbassamento dell’età penale), arrivando persino alla possibilità di rimpatrio forzato di chi sia protagonista di certi tipi di reato e non sia cittadino.

Di nuovo, e sempre a titolo di esempio, mentre è sicuramente vero che avremmo bisogno di un certo tipo di immigrazione per sopperire ai problemi causati dal calo demografico, non è assolutamente vero, conti alla mano, che ogni tipo di immigrazione sia “conveniente” sul piano economico (non parlo del piano etico); basti pensare, a proposito quanto “costa” in termini di welfare una famiglia monoreddito di quattro persone rispetto a quanto essa possa fornire allo Stato in termini di tasse e contributi.

Di questo, e di altri possibili altri mille esempi che stanno nelle teste delle persone i partiti tradizionali e soprattutto quelli di sinistra non vogliono parlare e, con questi problemi, non ci si vuole confrontare e sporcarsi le mani. Le conseguenze di questo atteggiamento saranno allora inevitabili; una qualche forma di nazifascismo tornerà, magari diverso nella forma, ma uguale nella sostanza.

venerdì 24 luglio 2026

Recensione: Perché moriamo – La nuova scienza dell’invecchiamento e la ricerca dell’immortalità

 "Perché moriamo – La nuova scienza dell’invecchiamento e la ricerca dell’immortalità”; titolo originale: “Why We Die – The New Science of Aging and the Quest for Immortality”; di Venki Ramakrishnan, traduzione di Maurizio Bruno; edizioni Adelphi, Isbn 978-88-459-4016-3.

Sempre più spesso si sente parlare del progresso della scienza medica nel campo della lotta all’invecchiamento, fenomeno che, ormai, viene sempre più spesso considerato come un male da curare rispetto a quanto venga visto come un percorso di “vita” ineluttabile. All’estremo, l’immortalità non solo rappresenta un sogno neanche troppo segreto per molti “potenti del mondo” (es. Trump, Xi Jinping, Putin, ecc.), ma comincia ad essere considerato un traguardo possibile, magari alla portata di pochissimi, selezionati “eletti” (guarda caso!).

Ebbene, questo saggio, non solo descrive le diverse ricerche e i diversi traguardi raggiunti dagli studi di settore, esponendo non solo i benefici, ma anche i rischi riguardo all’uso di certe sostanze, ma si sofferma anche a mettere in guardia riguardo agli impatti sociali derivanti dalla diffusione di queste cure e dalla loro accessibilità.

L’autore poi sembra anche comunicarci un paio di messaggi importanti. La vita umana appare al momento asintoticamente limitata ad una “scadenza” massima temporale difficilmente superabile (non svelo tale limite teorico per non rovinare la lettura del libro!), poi si muore! Questo, a ben vedere, e tenendo conto dei bei personaggi che vanno alla ricerca dell’immortalità, non sembra poi una cattiva notizia.

Pertanto, il tema della lotta all’invecchiamento non sarebbe tanto quello di conseguire l’immortalità, quanto quello di morire “giovani”. E questa, invece, mi sembra sì una buona notizia per tutti.

Lettura consigliata.

Recensione: Alzarsi all'alba

 "Alzarsi all’alba”, di Mario Calabresi; edizioni Mondadori; Isbn 978-88-04-80161-8.

Un libro che raccoglie una serie di storie di “fatica” che, come dice una delle protagoniste un po’ la “devi adorare”.

Capisco e condivido tale affermazione perché, entro livelli ragionevoli, il nostro corpo ha proprio bisogno di una certa dose di impegno fisico e mentale per non “avvizzire”. Ci sono fatiche poi che trovo si avvicinino al concetto di “meditazione”.

La “fatica” descritta in queste storie, non è dunque la dannazione del passato che spesso condannava soprattutto gli umili ad una vita da bestie, bensì l’esatto contrario di ciò che si deve “scansare” e che andrebbe attivamente ricercato ed accolto per dare un maggior senso, energia e vitalità alla nostra esistenza, la cura esatta contro l’indolenza e il rimedio infallibile contro quelle forme di depressione che sembrano ormai flagellarci.

Anche a me piace alzarmi all’alba e quelle poche ore che mi separano dalle “vere” attività della mia giornata sono le uniche veramente mie.

Libro carino e scorrevole, ma non aspettatevi un capolavoro né un manuale di automiglioramento 😊.

martedì 21 luglio 2026

Recensione: Il misterioso Signor Nakamoto – sulle tracce del genio segreto di Bitcoin

 "Il misterioso Signor Nakamoto – sulle tracce del genio segreto di Bitcoin”; titolo originale: “The Mysterious Mr. Nakamoto, A Fifteen-year Quest to Unmask the   Secret Genius Behind Crypto”, di Benjamin Wallace, traduzione Anna Rizzon; edizioni Apogeo; Isbn 978-88-503-3907-5.

Premetto da subito che non si tratta proprio di un libro “imperdibile”, tuttavia, nonostante i risultati scontati dell’indagine, alla fine ci si diverte a leggere le storie dei personaggi coinvolti, fra geni, mitomani, idealisti e sciroccati di varia natura che in qualche modo sono stati (o sono) accumunati dall’appartenenza a quello che l’Autore descrive come il movimento “Cypherpunk”, sviluppatosi fra gli anni Ottanta e Novanta del Novecento, ovvero:

(cit. wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Cypherpunk)  

“Un cypherpunk è un attivista libertario che sostiene l'uso intensivo della crittografia informatica come parte di un percorso di cambiamento sociale e politico”.

Bene, l’Autore è piuttosto convincente nel “dimostrare” che il nostro/nostri Satoshi facesse/facessero parte di questo movimento e la ricerca si focalizza in particolare su una lista ristretta di questi personaggi, alcuni dei quali già passati a miglior vita.

 Amen!

Per quanto riguarda invece il mio giudizio sul Bitcoin e asset assimilabili:

“Ognuno è libero di buttare i suoi soldi come vuole!”

… Anch’io, infatti, in fondo mi ritengo un libertario 😊!

lunedì 20 luglio 2026

Recensioni: Il Capitale nell’antropocene

 "Il Capitale nell’antropocene”; di Saito Kohei, traduzione di Alessandro Clementi degli Albizi; edizioni Einaudi; Isbn 978-88-06-26008-8.

L’Autore, rivisitando una serie di concetti tratti dalle teorie marxiste, sostiene l’incompatibilità fra una crescita sostenibile e l’aspettativa di crescita perpetua che, egli ritiene, non farà altro che esacerbare la crisi climatica.

Egli è particolarmente critico nei confronti dei cosiddetti SDGs (Sustainable Development Goals) in quanto, a suo avviso, sono impossibili da raggiungere all'interno di un sistema capitalistico.

Egli, da parte sua, propugna una forma di decrescita, che presuppone un allentamento dell'attività economica attraverso la riforma democratica del lavoro e della produzione. Più specificatamente, non solo auspica un ritorno dei cosiddetti “beni comuni” (es. l’acqua) ad un sistema di proprietà sociale, ma sostiene anche la fine della produzione e del consumo di massa, la decarbonizzazione attraverso la riduzione dell'orario di lavoro e la priorità data ai lavori incentrati sulla cura della persona.

Tutto bello (senza ironia)!

È innegabile che le tesi dell’Autore siano ragionevoli ed anche accattivanti (nonché, almeno in parte attuabili!), ma si scontrano con quello che personalmente ritengo sia il problema alla base della teoria marxista e delle sue varie, ancorché brillanti, rivisitazioni moderne; ciò che mi rende scettico, infatti, è proprio il fatto che si tratti di “teorie” e, diciamolo pure, di “utopie”, stante il modo in cui siamo socialmente ed economicamente strutturati.

Escludendo infatti un approccio “rivoluzionario” che già abbiamo visto a che risultati porta, il vero problema sta proprio nel come raggiungere questi obiettivi in modo democratico, posto che:

1)    Non sono così sicuro che nessuno degli attuali sistemi democratici lo sia effettivamente (ma questo è un problema mio 😊!).

2) Anche volendo però dare fiducia alle tante concezioni di “democrazia” che abbiamo sperimentato e abbiamo di fronte ai nostri occhi, non sono per niente certo che “democrazia” e “ricerca del bene comune” siano concetti così strettamente correlati. Di fatto, entriamo nel solito terreno scivoloso e pericoloso dove, sotto sotto, ci si chiede se al “governo della massa” non dovrebbe subentrare un concetto oligarchico di difficile definizione di “governo dei Saggi” (e i marxisti si sono dimostrati dei super esperti nel cadere in questo genere di tentazioni!).

3) Guarda caso poi, sembrerebbe proprio che i nostri sistemi politici siano pesantemente influenzati proprio da quel sistema capitalistico che si vorrebbe riformare, e/o attenuare se non persino abolire, ma al quale, in mancanza di meglio, un po’ tutti ne riconosciamo anche i meriti. Tra l’altro, forse per il capitalismo vale ciò che si dice anche della democrazia, ovvero che sono sistemi poco funzionanti ma che, alla fine, e alla luce della nostra storia, siano il meno peggio che siamo riusciti a concepire.

In altre parole, mi sa che ci tocca stare a vedere e navigare un po’ a vista, sperando che il connubio capitale/democrazia trovi nel tempo le soluzioni per i disastri e le contraddizioni che nel frattempo produce.

  

venerdì 15 maggio 2026

Recensione: Per parlare di Israele – la storia di come si è arrivati fin qui

 

"Per parlare di Israele – la storia di come si è arrivati fin qui”; titolo originale:” Can We Talk About Israel? – A Guide for Curious, Confused and Conflicted”; di Daniel Sokatch, traduzione di Marinella Magrì; edizioni Iperborea; Isbn 978-12-8172-912-4.

Un libro del quale se ne sentiva estremamente bisogno di questi tempi; personalmente ne raccomando fortemente la lettura.

Senza tanti fronzoli né ipocrisia, tentativi di autogiustificazione o, all’opposto, melenso buonismo, l’Autore fa un punto estremamente equilibrato e sagace della situazione attuale in Palestina, sia relativamente ai rapporti fra palestinesi e Israele, sia rispetto alla deriva autocratica presa dalla società israeliana.

Il Saggio ripercorre parallelamente la storia di Israele e del popolo palestinese a partire dai primi insediamenti ebraici di fine Ottocento fino ai giorni nostri, mettendo in luce, con raro equilibrio, meriti e colpe di entrambe le parti ed evidenziando, tra l’altro, il progressivo spostamento a destra dell’assetto politico della società israeliana.

Particolarmente deprimente è la precisa rendicontazione delle occasioni perdute per pervenire ad una soluzione equa per entrambi i popoli, mancate spesso per sfortuna, incapacità delle leadership di entrambe le parti in causa, o per cinici calcoli politici di fazione spesso minoritarie.

Illuminante e da tener sempre presente il “trilemma strategico di Israele” di Yitzhak Rabin”, riportato nel Saggio, e che qui riproduco sulla base di una citazione da “Micromega”, che esemplifica le variabili che questo grande leader considerava inconciliabili:

  1.         Mantenere uno Stato ebraico (demograficamente e culturalmente ebraico).
  2.      Mantenere uno Stato democratico (con pieni diritti di cittadinanza per tutti i residenti).
  3.      Mantenere il controllo sull'intero territorio tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo (compresa la Cisgiordania).

Rabin comprendeva che, nel lungo periodo, Israele poteva sceglierne solo due su tre:

1)    Se Israele avesse mantenuto tutto il territorio (3) e fosse rimasto democratico (2), avrebbe smesso di essere a maggioranza ebraica a causa dei tassi di natalità palestinesi (inconciliabile con 1).

2)    Se avesse voluto mantenere uno Stato ebraico (1) su tutto il territorio (3), avrebbe dovuto privare i palestinesi dei diritti democratici (inconciliabile con 2).

L   La soluzione di Rabin, concretizzata negli Accordi di Oslo, era cedere parte del territorio (rinunciare al punto 3) per preservare sia la natura ebraica che quella democratica dello Stato (1 e 2).

Si sa purtroppo però come, per adesso, le cose sono andate a finire.

mercoledì 14 gennaio 2026

Recensione: Atene 403 Una storia corale

 

"Atene 403 Una storia corale”; titolo originale: ”Athènes 403. Une histoire chorale”; di Vincent Azoulay e Paulin Ismard, traduzione di Luca Bianco; edizioni Einaudi; Isbn 978-88-06-26612-7.

Gli Autori si soffermano ad analizzare il delicato periodo storico che, per Atene, copre gli ultimi anni del quarto secolo a.C. e il primo decennio del terzo secolo.

Atene, nel 404 a.C, viene definitivamente sconfitta nella guerra del Peloponneso e subisce le pesanti condizioni di pace di Sparta che, tra l’altro, prevedono l’introduzione di un regime oligarchico e l’abolizione della democrazia.

Il regime dei “trenta tiranni” durerà circa otto mesi e sarà caratterizzato dalla contrapposizione delle figure di Teramene, più moderato, e Crizia, fautore di una crescente radicalizzazione che porterà alla guerra civile e, infine, alla sconfitta militare dell’oligarchia ad opera di Trasibulo.

Il Saggio, di per sé interessante sul piano della ricerca documentale, si sofferma sulla difficile opera di pacificazione che seguirà la fine della guerra civile prendendo a riferimento tutta una serie di figure chiave (sacerdotesse, meteci, schiavi e altre categorie di cittadini) e analizzando le cronache “giudiziarie” che li vedranno protagonisti oppure i loro ruoli istituzionali.

Un aspetto peculiare del Saggio è che spiega molto del contesto attraverso il ricorso alle figure e ruoli della coreutica greca; personalmente ho trovato che questo approccio costituisca un po’ una forzatura e non sono sicuro che questa scelta contribuisca a rendere le spiegazioni più chiare, anzi …

Recensione: Se noi bruciamo – Dieci anni di rivolte senza rivoluzione

 "Se noi bruciamo – Dieci anni di rivolte senza rivoluzione”; titolo originale: ”If We Burn: The Mass and the Missing Revolution”; di Vincent Bevins, traduzione di Maddalena Ferrara; edizioni Einaudi; Isbn 978-88-06-26397-3.

L’Autore rivisita una serie di intensi moti di piazza avvenuti per lo più nel primo decennio del ventunesimo secolo: Piazza Tahrir al Cairo, Gezi Park in Turchia, le rivolte in Brasile per il caro trasporti, seguite da quelle cilene; quindi, Hong Kong con la “rivolta degli ombrelli” e Piazza Maidan in Ucraina o la “rivolta del gelsomini” in Tunisia e tante altre ancora, dove, soprattutto i più giovani, hanno cercato di far sentire la propria voce e a cambiare gli equilibri di potere.

Quasi tutte queste esplosioni di protesta sono state caratterizzate soprattutto da moti spontanei organizzati “dal basso”, magari con l’ausilio degli strumenti della rete; hanno ottenuto mediamente nessun o pochi risultati e sono state rapidamente represse e riassorbite. Secondo l’Autore, la ragione di tanti insuccessi sta proprio nell’incapacità nel sapersi trasformare da semplici movimenti di protesta acefali in catalizzatori di organizzazioni politiche concrete sulla base di mandati chiari e rappresentanti ben definiti. In sintesi, proprio la volontà di essere “orizzontali”, “spontanei” e privi di una leadership che potesse assumere un ruolo interlocutorio con le autorità ha tagliato le gambe a tutti questi movimenti finendo per esaurirli.

Un bel libro e una bella analisi, della quale, si dovrebbe tenere debito conto.

Nota: Ora, nel 2026, mentre in Nepal le proteste della generazione Z sembrano aver veramente prodotto dei cambiamenti (si vedranno i risultati delle elezioni a marzo!).

È invece esplosa la situazione in Iran, dove i moti di protesta potrebbero veramente portare ad una vera e propria rivoluzione. Anche in questo caso però, c’è purtroppo da notare che, al momento, non è emersa nessuna figura politica capace di contrapporsi alla vecchia leadership; personalmente, non penso che tale figura possa veramente essere Pahlavi, l’ex scià di Persia. 

Vedremo come andrà a finire, con i miei migliori auguri al popolo iraniano!

martedì 13 gennaio 2026

Recensione: La lezione del Giappone – Il Paese che anticipa le sfide dell’Occidente”

 "La lezione del Giappone – Il Paese che anticipa le sfide dell’Occidente”; di Federico Rampini; edizioni Mondadori; Isbn 978-88-04-77646-8.

L’Autore invita i paesi occidentali e, in particolare, l’Europa ad analizzare ed imitare le risposte del Giappone ai mutamenti globali in corso.

Il Giappone, dopo un paio di decenni di stagnazione, sta lentamente e silenziosamente riassumendo un ruolo da protagonista sia a livello asiatico, sia a livello mondiale.

La sua economia, per nulla stagnante, regge la concorrenza sempre più agguerrita della Cina e delle altre “tigri” asiatiche; il suo soft power è più forte che mai, basti pensare al boom del turismo e alla grande influenza della cultura giapponese su quella di massa; cresce anche la spinta ad assumere una postura più muscolare in campo militare; mentre si affrontano in maniera molto originale i temi della denatalità, dell’invecchiamento della popolazione e dell’immigrazione.

In sintesi, le soluzioni giapponesi in campo economico ed energetico, e, soprattutto, il suo particolare approccio finalizzato a mantenere armonica ed omogenea la propria cultura e società può sicuramente fornire ispirazione all’Occidente, drammaticamente alla ricerca di un nuovo ruolo e di maggior equilibrio.

martedì 23 dicembre 2025

Recensione: Senza giri di parole – la verità sulle sfide economiche e sociali del nostro futuro

 

"Senza giri di parole – la verità sulle sfide economiche e sociali del nostro futuro”; di Carlo Cottarelli; edizioni Mondadori; Isbn 978-88-04-80359-1.

L’Autore, seguendo la traccia di pubblicazioni precedenti, continua a fare una panoramica dell’evoluzione del contesto economico, politico sociale e fisico del pianeta mettendone in luce gli elementi di attrito e di potenziale crisi.

I punti trattati dal saggio sono principalmente:

  • -      Il contesto geopolitico globale, che sembra prefigurare una competizione sempre più serrata fra i blocchi che gravitano intorno alla Cina e agli Usa rispettivamente. Sfida che rapidamente sta passando dal solo terreno della contrapposizione economica ad un contesto di “corsa agli armamenti” e quindi di potenziale conflitto armato.
  • -       Il crescente rischio rappresentato dall’ascesa economica e politica dei grandi “oligarchi” di occidente che interferiscono in maniera sempre più pervasiva con i processi democratici.
  • -       Il riscaldamento globale, sempre più evidente e sempre più difficilmente arginabile visto anche il contesto di sfida globale che si sta sviluppando.
  • -       Le necessità crescenti di regolare meglio i flussi migratori.
  • -       La crisi dell’Unione Europea.
  • -   Gli squilibri percepiti e prevedibili prodotti dal calo della natalità, non solo nei paesi sviluppati, ma a livello globale.
  • -       Le ragioni e gli effetti della stagnazione economica pluridecennale del nostro Paese.

Non nascondo di essere di solito allineato al pensiero dell’Autore del quale apprezzo le analisi che, purtroppo, rimangono perlopiù inascoltate.

mercoledì 17 dicembre 2025

Recensione: Perché Taiwan conta – breve storia di una piccola isola che decide il nostro futuro

  "Perché Taiwan conta – breve storia di una piccola isola che decide il nostro futuro”; titolo originale: “The Taiwan Story – How a Small Island Will Dictate the Global Future”; di Kerry Brown; traduzione di Maria Lorenza Chiesara; edizioni Einaudi; Isbn 978-88-06-26465-9.

Taiwan è spesso all’onore delle cronache; quasi sempre, in relazione al suo ruolo di potenziale detonatore di un conflitto globale che contrapponga Cina e Stati Uniti. Anche i recenti fatti di cronaca che riportano una crescita di tensione fra Cina e Giappone hanno proprio come causa scatenante le affermazioni della premier giapponese rispetto a possibili minacce cinesi all’integrità territoriale della piccola isola; niente di nuovo!

In questo breve ed intelligente saggio l’Autore ci guida in un percorso di migliore comprensione della questione, spiegando efficacemente come il ruolo di Taiwan sia effettivamente delicato stante le caratteristiche culturali ed economiche dell’isola e sulla base della sua storia antica e recente.

Ad esempio, ha effettivamente ragione chi afferma che Taiwan sia (prevalentemente) “cinese” in senso storico e culturale, ma al contempo, tali affermazioni non devono far dimenticare né i tanti elementi di differenziazione storici, culturali, sociali e politici dell’isola rispetto alla Cina continentale, né la crescente consapevolezza della popolazione che, soprattutto fra le nuove generazioni, preme per rimarcare le differenze fra il proprio modo di vivere e di pensare e quello che caratterizza il “parente” vicino.

In sintesi, Taiwan sembra vivere in un dualismo che, da una parte riconosce la vicinanza e l’attrazione con la Cina continentale, dall’altro, all’opposto, ne sottolinea i distinguo ed enfatizza la sua volontà di indipendenza.

Proprio sul tema dell’indipendenza si gioca un ruolo estremamente ambiguo e delicato; da una parte, buona parte dei taiwanesi la ricercherebbe, ma non al prezzo di una rottura dolorosa con il continente e, soprattutto, non al costo di tensioni geopolitiche capaci di scatenare violente fasi di attrito o, peggio ancora, un conflitto armato. Per questo motivo la politica taiwanese è cauta, tutta incentrata sul controllo degli eccessi mediatici e basata sul suo “soft power”, legato a doppio filo sulle sue eccellenze tecnologiche; spesso, per nulla grata a tutti quei soggetti terzi e alieni alla sua cultura che si ergono a paladini della sua specificità e spingono per promuoverne l’indipendenza e per conferirle un pieno riconoscimento internazionale anche al costo di produrre una rottura del presente delicatissimo equilibrio.

mercoledì 15 ottobre 2025

Recensione: "L’ultimo samurai"

 "L’ultimo samurai”; titolo originale: “The Last Samurai”; di Helen Dewitt; traduzione di Elena Dal Pra; edizioni Einaudi; Isbn 978-88-06-26707-0.

La storia ruota intorno al rapporto fra un figlio (Ludo) intellettualmente superdotato e la madre single (Sybilla), anch’essa “fuori scala” sul piano culturale ma incatenata ad un lavoro di traduttrice di basso livello e in ristrettezze economiche.

Sybilla, non manda il figlio a scuola e, un po’ sul modello di Adam Smith, gli impartisce, fin dai primi anni di età un’educazione classica impressionante introducendole alla conoscenza di greco antico, ebraico, arabo, antico norreno, ecc., ecc. non trascurando neppure i classici della scienza.

Sybilla nasconde a Ludo l’identità paterna e continua a guardare ossessivamente il film di Akira Kurosawa i “Sette Samurai” che, a parer suo, dovrebbe (anche) fornire al figlio un modello maschile al quale ispirarsi.

Intorno agli 11 anni Ludo si mette alla ricerca del padre in una specie di cerca cavalleresca, mettendo via via alla prova diversi candidati con sfide intellettuali che riproducono gli scontri (fisici) fra samurai.

Che dire di questo libro?

Come minimo posso dire che si tratta di un’opera “difficile”, almeno per la mente limitata del sottoscritto e, suppongo, a causa della mancanza di studi classici alle spalle.

Ho fatto fatica a leggerlo (anche perché infarcito di parti in lingue a me sconosciute che mi sforzavo di leggere anche sapendo che nel contesto erano irrilevanti!) ma con ciò non sto affatto dicendo che non sia un libro interessante o che sia noioso, anzi, mi spingerei a dire persino che si tratta di un libro “geniale”! … Probabilmente superiore alle mie capacità, non fosse per il fatto che non ne ho capito il senso né il finale!

Beh, mi consolo pensando che, io di solito leggo saggistica, questo tipo di lettura risulta di solito chiara e, alla peggio, un po’ noiosa; di solito, se leggo un romanzo è per leggere qualcosa di “leggero”, e questo non lo è!

Devo ammettere però che non mi sono pentito di averlo letto, rimango solo deluso da me stesso per non averci capito un’”acca”! 

lunedì 1 settembre 2025

Recensione: Mare aperto – Storia umana del Mediterraneo Centrale

  "Mare aperto – Storia umana del Mediterraneo Centrale”; di Luca Misculin; edizioni Einaudi; Isbn 978-88-06-26605-9.

Il Canale di Sicilia, toccando le coste siciliane, l’arcipelago maltese e le coste africane di Libia e Tunisia, fin da tempi remoti si è presentato, a seconda dei momenti, delle capacità tecnologiche e dal clima geopolitico, nel doppio ruolo di linea di divisione e/o di luogo di passaggio e integrazione di queste terre.

Partendo dall’alba dei tempi, ove il mare costituiva una barriera ma anche una garanzia di sicurezza grazie all’isolamento, l’Autore ci guida in un excursus che mescola storia a curiosi aneddoti passati e moderni ma che ha soprattutto l’obiettivo di ricordarci come questo lembo di mare sia soprattutto “nostrum”, ovvero di tutte le genti che ne abitano le coste.

Libro divertente e probabilmente da considerarsi non completamente “ortodosso” e “accademico”, visto il suo soffermarsi, mettendoli quasi sullo stesso piano, su grandi eventi e piccole storie.

venerdì 8 agosto 2025

Recensione: Agguato all’incrocio

 

"Agguato all’incrocio”; titolo originale: “Death at the Crossroad”; di Dale Furutami; traduzione di Erika Bianchi; edizioni Marcos y Marcos; Isbn 978-88-9294-127-4.

Bel romanzo di investigazione che si svolge nel Giappone del sedicesimo secolo.

Il protagonista, Matsuyama Kaze è un valente, saggio ed arguto samurai divenuto Ronin in seguito ai torbidi politici del tempo.

In nome di una promessa fatta alla moglie del suo daimyo, anziché commettere suicidio rituale alla morte del suo padrone, vaga per il Giappone nell’espiazione del suo voto, creando il contesto per le sue avventure.

Di per sé nulla di nuovo, se non che risulta ben ricostruita l’ambientazione fisica e sociale giapponese del tempo, mentre il protagonista risulta affascinante e, tutto sommato, credibile.

mercoledì 6 agosto 2025

Recensione: Breve Storia del Clima in Italia

 "Breve Storia del Clima in Italia”, di Luca Mercalli; edizioni Einaudi; Isbn 978-88-06-26318-8.

Il Saggio ricostruisce le mutazioni climatiche in Italia dall’ultima glaciazione (circa 24.000 anni fa) fino ai giorni nostri facendo ricorso a studi e ricerche effettuate grazie ai carotaggi ed alle analisi dei sedimenti e aggiungendo, via via che divengono disponibili (pressappoco a partire dall’epoca romana) fonti scritte reperite in resoconti e/o archivi.

Ne viene fuori un bel resoconto (che, alla lunga, nelle forme e un po’ necessariamente, diventa un po’ ripetitivo!) che mette in luce alcuni aspetti importanti che potrei sintetizzare così:

Nel corso di questa lunga storia si sono alternate fasi climatiche estremamente differenti caratterizzate sia da climi molto più freddi, sia molto più caldi di quello presente. Questi mutamenti climatici sono avvenuti in cicli molto lunghi, ma alcuni di essi si sono prodotti o si sono estremizzati in maniera repentina creando spesso difficoltà di adattamento alle popolazioni impattate e minando la stabilità delle istituzioni sociali.

A partire dalla seconda metà del Novecento si osserva una chiara influenza dell’opera dell’uomo sugli effetti climatici.

Un chiaro monito ai negazionisti.

lunedì 7 luglio 2025

Recensione: Gli uomini pesce

 

 "Gli uomini pesce”, di Wu Ming 1; edizioni Einaudi; Isbn 978-88-06-25172-7.

Bel romanzo che vede come protagonista assoluto il territorio del delta del Po.

La vicenda è ambientata durante l’estate siccitosa del 2022. Il paesaggio cangiante, bollente e dolente evidenzia impietosamente non solo gli effetti deleteri prodotti dal cambiamento climatico e dall’assenza di idonee e lungimiranti soluzioni ambientali, ma anche dei danni della progressiva cementificazione, delle errate politiche industriali e dei segni lasciati nel paesaggio dal loro fallimento. Infine, l’abbassamento del livello delle acque porta anche letteralmente a galla i resti, e con essi i ricordi, del periodo bellico della Seconda Guerra Mondiale. La morte di ex partigiano di una certa fama, Ilario Nevi, e le scoperte sul suo conto fanno anche riemergere antiche divisioni e misteri mai chiariti su fatti e personaggi di quell’epoca, fino a scavare nel profondo del folklore popolare evocando la presenza di creature anfibie antropomorfe, forse di origine extraterrestre, gli uomini-pesce.

Antonia, la nipote di Ilario, reduce da un brutto incidente automobilistico e flagellata dal “Long Covid”, si mette a dipanare tutto il guazzabuglio di misteri che hanno circondato la vita dell’amato zio e, inconsapevolmente, nel medesimo tempo, compie anche un percorso di cura che, infine, la troverà rigenerata.

Come il solito l’Autore non delude. Il romanzo tratta un’infinità temi, molti dei quali in maniera inattesa, dando prospettive di lettura interessanti e tenendoli annodati coerentemente (con una sola eccezione, a parer mio, relativamente alle circostanze della nascita del co-protagonista Ilario!). Il romanzo è anche per certi versi “educativo”, suggerendo visioni più concilianti relativamente ad attuali temi controversi e spesso divisivi.

 

venerdì 4 luglio 2025

Recensione: Hunger Games – L’alba sulla mietitura

  "Hunger Games – L’alba sulla mietitura”; titolo originale “Sunrise on the Reaping”; di Suzanne Collins; traduzione di Simona Brogli e Alessandra Roccato; edizioni Mondadori; Isbn 978-88-04-79690-9.

Si tratta di uno dei prequel della nota serie degli Hunger games che vede come protagonista Haymitch Abernathy, colui che diventerà il mentore “triste” di Katniss durante il ciclo originale. Qui se ne spiegano in dettaglio le ragioni e la storia.

Per il resto, niente di nuovo sotto il sole! Lo schema è il medesimo del primo libro e per giunta, sapendo che si tratta di un prequel si sa già, in linea generale, come le cose vadano a finire.

Detto ciò, lo schema e l’ambientazione funziona comunque, il romanzo è piacevole e alla fine ci si diverte.

lunedì 23 giugno 2025

Recensione: Sparta

 "Sparta”, di Laura Pepe; edizioni Laterza; Isbn 978-88-581-5516-5.

Cosa sappiamo veramente di Sparta? Questa la premessa dalla quale parte questo Saggio.

Esso cerca di dare delle risposte organiche in tal senso, là dove se ne sente un gran bisogno; mentre sappiamo tutto di Atene, non siamo altrettanto informati sulla storia, sulla sorte, la cultura e la società della sua più grande antagonista che, tra l’altro, fu anche quella che fra le due prevalse nella Guerra del Peloponneso (431 – 404 a. C.) segnando la fine della supremazia ateniese a proprio vantaggio e che mantenne fino alla battaglia di Leuttra (371 a.C.) che, a sua volta, sancì il passaggio alla dominazione tebana.

Sparta fu quindi fra le grandi potenze dell’epoca, ma, contrariamente alla sua principale rivale, Atene, per la quale sono disponibili ampie testimonianze culturali ed archeologiche, non ha lasciato evidenti tracce di sé nemmeno nel paesaggio.

A dire il vero, pure sul piano culturale e sociale, seppure Sparta abbia lasciato numerosi aneddoti, indizi, storie e leggende, non esiste un “corpus” rilevante di fonti dirette, ovvero, prodotte da personaggi spartani. Infatti, quasi tutto ciò che si sa di questa gloriosa città è stato riportato e prodotto da terzi, spesso con l’obiettivo esplicito di effettuare confronti e soprattutto contrapposizioni rispetto alla rivale ateniese con il dubbio quindi che risultino piuttosto parziali,

Gli spartani invece hanno detto pochissimo di sé; “laconici” fino in fondo quindi!

mercoledì 14 maggio 2025

Recensione: Russia – Storia di un impero euroasiatico

 

"Russia – Storia di un impero euroasiatico”, di Aldo Ferrari; edizioni Mondadori; Isbn 978-88-04-76439-7.

Bella panoramica completa della storia della Russia dalle origini del Rus’ di Kiev (a partire circa dal VII secolo d.C.) fino ai giorni nostri.

L’opera, a mio avviso perfettamente bilanciata, riesce a combinare più di mille anni di storia in una sintesi interessante e completa del carattere di questa nazione (termine forse improprio, data la composizione multiculturale e multietnica della Federazione) che risulta veramente così particolare; vero ponte fra Est e Ovest di un territorio immenso e variegato, l’Eurasia.

Le chiavi di lettura fornite dall’Autore spiegano anche efficacemente il permanere di amore-odio, repulsione-attrazione, chiusura-apertura che caratterizza da secoli il rapporto fra la Russia e il resto dell’Europa.

La particolare collocazione e composizione territoriale della Russia ne spiega infatti il “carattere”, le aspirazioni (spesso non comprese in campo “Occidentale”!) le crisi e le trasformazioni.

Molto interessante la parte moderna della storia della Russia (intesa in senso largo, prima di impero russo, poi di URSS, poi di Federazione Russa) che contribuisce a rendere chiaro il punto di vista russo e la radice dell’attuale fase di attrito con il resto dell’Occidente.

Ci si rende conto che, soprattutto a partire dalla crisi dell’URSS (a partire dalla caduta del Muro di Berlino nel 1989) l’Occidente non è riuscito a cogliere una grandissima e forse irripetibile occasione per integrarsi pacificamente con questi immensi territori per “noi” potenzialmente così sinergici.

Quello che è purtroppo chiaro è che non sarà facile trovare un modo per spegnere l’attuale fase conflittuale e ripartire su delle basi stabili e condivise di reciproca fiducia ed utilità; eppure, ne varrebbe la pena a beneficio di tutte le parti in causa!

venerdì 28 marzo 2025

Recensione: M. L’ora del destino

 

"M. L’ora del destino”, di Antonio Scurati; edizioni Bompiani; Isbn 978-88-301-0497-6.

Quarto libro della saga che vede protagonista Benito Mussolini.

Il romanzo copre la prima parte del periodo bellico, dalla dichiarazione di guerra fino all’arresto di Mussolini avvenuto nel 1943 a seguito del voto del Gran Consiglio del fascismo dove fu approvato “l’ordine del giorno Grandi” che, sconfessando l’operato del dittatore, portò all’arresto di Mussolini, al ritorno dell’applicazione dello Statuto e alla costituzione del governo a guida del maresciallo Badoglio.

Bel libro come i precedenti e altrettanto ben documentato.

Ovviamente si tratta di una lettura un po’ masochistica e assai irritante per il lettore che, nonostante sia ben conscio di tutti gli esiti della vicenda, ancora non riesce a capacitarsi di fronte all’incapacità e all’inettitudine di tutta l’élite politica e militare dell’epoca, né riesce a rassegnarsi di fronte al pressapochismo, alla noncuranza e alla criminale leggerezza con le quali ci si avventurò in un conflitto globale con la consapevolezza di essere completamente impreparati.

Ad ogni capitolo della vicenda rimane l’amara consapevolezza che si dovesse spegnere la Marcia su Roma a cannonate e forse avremmo avuto una storia diversa e sperabilmente migliore! Tutto il resto fu solo un piano inclinato fino allo strapiombo…