martedì 13 ottobre 2026

Recensione Film: NAZA

Si tratta di un docufilm della quale raccomando la visione per i motivi che proverò a spiegare qui di seguito.

Intanto sfato da subito una possibile ambiguità sul significato del titolo del film; "Naza" non ha nulla a che vedere con un possibile abbinamento fra la parola "nazismo" e la città di "Gaza". Il termine indica le vittime civili, il linea di principio, perdite "collaterali" (secondo wikipedia deriva dal termine ebraico nezek = danno) che gli operatori dell'esercito "stimano" nel momento in cui pianificano e autorizzano un bombardamento finalizzato (almeno in teoria) all'eliminazione di un membro di Hamas.

Il docufilm in sostanza mostra una serie di interviste di operatori dell'intelligence israeliana impegnati nell'attività di bombardamento degli edifici civili della città di Gaza o in ruoli di sorveglianza delle aree occupate della città.

Non ci sono quindi particolari scene violente, a parte qualche breve spezzone che mostra i risultati e le vittime di qualche bombardamento;  tutte le interviste si svolgono in penombra e di notte per evidenti ragioni di tutela dell'identità degli intervistati.

Quello che, a mio avviso è importante nel film è proprio quella che definirei la "psicologia" degli intervistati che mostra in pieno la contraddizione di chi, da una parte vuole liberarsi la coscienza essendo pienamente consapevole di aver favorito o quantomeno assistito ad azioni che potrebbero avere le caratteristiche del "crimine di guerra" o che rientrerebbero nella definizione di "genocidio" (un intervistato l'ammette anche!), e dall'altra cerca invece una giustificazione di questi gesti, ad esempio, scaricando sul "sistema" di comando, sui ruoli o sulla pressione psicologica e sociale la responsabilità di queste azioni.

Ricorrono quindi frasi del tipo: "anche se non lo facevo io, l'avrebbe fatto qualcun altro", "sono in un'unità d'élite e svolgevo il compito assegnatomi", "segnalavo solo gli obiettivi d'abbattere sulla base dell'algoritmo", ecc.; giustificazioni che suonano evidentemente inadeguate all'osservatore esterno, ma che ci ricordano anche quanto sia difficile e necessiti di una gran di coraggio il sottrarsi alle pressioni malsane che ci arrivano dal contesto sociale in cui agiamo.

E siamo quindi di nuovo davanti all'abisso la cui contemplazione non dovrebbe risparmiare nessuno di noi, dove si constata come anche i nazisti, in fondo, riuscissero ad essere buoni padri di famiglia, ma poi poterono fare quello che fecero! Proprio in questo dualismo, infatti, personalmente (e paradossalmente, parlando di Israele!) ravviso ciò che è emerso nel corso di processi e/o interviste di soggetti coinvolti in fatti simili; sono infatti parole e atteggiamenti che si ritrovano facilmente nei verbali di interrogatori di persone coinvolte nella "logistica" dell'Olocausto; un segnale d'allarme potentissimo che dimostra chiaramente come questa guerra, cominciata magari anche per giuste ragioni, si sia ormai evoluta in modo talmente asimmetrico e ingiustificabile e stia divorando la coscienza di una delle poche democrazie del Medio Oriente.  



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