martedì 7 giugno 2011
Recensione: Mamadou va a morire – la strage dei clandestini nel mediterraneo
“Mamadou va a morire – la strage dei clandestini nel mediterraneo”, di Gabriele Del Grande, edizioni Infinito, ISBN 978-88-89602-14-0. Il libro racconta i percorsi di accesso all’Europa e le storie degli immigrati clandestini mettendo pesantemente sotto accusa le politiche di contenimento dei flussi migratori messe in atto dai paesi della UE. L’inchiesta è incentrata sull’area del mediterraneo, dove l’apparato difensivo di “fortezza Europa” è ormai capillare e, a detta dell’Autore, spietato. Di fatto è preclusa ogni possibilità di accesso a tutti quei migranti, soprattutto clandestini, che non hanno la possibilità di raggiungere i paesi dell’UE con mezzi ordinari e permessi temporanei. Viene pertanto sostenuto che nei fatti, la maggior parte dell’immigrazione clandestina giunge in Europa tramite canali ufficiali (visti e permessi temporanei per studio e turismo), mezzi ordinari (treni, aerei, automobili e bus) e da paesi in qualche modo “privilegiati” in virtù di accordi politici e culturali o favoriti dalla semplice vicinanza geografica (ad es. paesi sud americani, area balcanica, est europeo); in questi casi i controlli alla frontiera sono impossibili, inefficaci o semplicemente inesistenti. Nei confronti invece dell’immigrazione clandestina che proviene di fuori di questa area ristretta di paesi favoriti i controlli sono capillari, le difese quasi impenetrabili e il tentativo di espatrio si risolve in moltissimi casi in una lunga e penosa odissea con esito spesso mortale oppure con il rimpatrio forzato verso i paesi rivieraschi dai quali giunge il flusso dei clandestini, verso i quali, negli ultimi anni sono stati siglati accordi di rimpatrio. Raccogliendo interviste e raccontando le storie dei migranti, l’Autore svela i meccanismi della tratta internazionale dei clandestini e la corruzione, le ruberie e il razzismo delle autorità di quei paesi che ormai svolgono il grosso del lavoro di contenimento a favore dell’UE. Il libro è di fortissimo impatto emotivo, le storie trasudano sofferenza e l’esito è spesso tragico, mentre quasi inesistente è il lieto fine; scopo esplicito dell’Autore è scuotere le coscienze e rimuovere il velo d’ipocrisia che ci riguarda un po’ tutti. La lettura è quindi salutare, ma dall’altra parte il libro non fornisce soluzioni e alternative alla logica del controllo dei flussi migratori e la domanda: ”Che fare?” rimane, forse egoistica, magari ispirata da bassi istinti darwiniani, forse giustificata da qualche timore d’ispirazione maltusiana, ma in ogni caso in attesa di proposte concrete e di risposta.
domenica 5 giugno 2011
Recensione: Elogio della mitezza e altri scritti morali
“Elogio della mitezza e altri scritti morali”, di Norberto Bobbio, edizioni Il Saggiatore, ISBN 978-885650197-1. L’Autore si dilunga nella precisazione delle caratteristiche e delle contrapposizioni legate alla mitezza, virtù che viene elogiata forse proprio per il suo essere percepita come “debole” e presumibilmente per la duttilità che conferisce ai soggetti che se ne giovano. Ecco quindi che essa viene ad esempio contrapposta ad arroganza, protervia e prepotenza, in quanto, secondo il filosofo, il mite non ostenta, non prevarica ed anzi tollera, lasciando l’”altro” essere ciò che è. Il Mite non è però un remissivo, un umile o peggio un debole e neppure, per altri versi, un bonario, un gioviale, un credulone o peggio, uno stupido! Semmai il mite è un non-competitivo, possibilmente un pacifico, sicuramente un soggetto un po’ distaccato e magari un tantino disincantato, eppure mai un cinico! Simpatico dunque questo mite, che a me ricorda un po’ l’immagine di un ruscello che scorre, scivola e sfugge, aggirando ogni ostacolo con garbo, compostezza e senza violenza. Chi non vorrebbe essere così? Le parti successive, che poi sono preponderanti rispetto al tema relativo alla virtù della mitezza, trattano del rapporto fra etica e politica, di ragion di stato e democrazia, della natura del pregiudizio e del razzismo, della possibilità dell’elaborazione di un etica laica e della verità. Secondo il mio parere il libro, che in alcune sue parti non è esattamente “facile” da leggere e reclama attenzione, nel complesso non è solo semplicemente molto bello, ma anche estremamente profondo.
venerdì 3 giugno 2011
Recensione: Acqua in movimento
“Acqua in movimento – ripubblicizzare un bene comune ”, di Marco Bersani, edizioni Alegre, ISBN 88-89772-15-8. Il tema trattato dall’autore e quello attualissimo riguardante le modalità di gestione e la collocazione giuridica ed ideologica dell’acqua. Il dibattito ruota in sintesi intorno ad una serie di coppie di opposti; da una parte infatti si discute se l’accesso alle risorse idriche vada inteso come un “diritto” oppure vada qualificato come “bisogno”, da ciò consegue anche un’opposta categorizzazione merceologica, che attribuisce al prezioso elemento lo status di “bene comune” oppure di ”merce” e che finisce per introdurre alla discussione riguardo all’identificazione dei soggetti più idonei per provvederne alla gestione, alla conservazione e alla distribuzione. Per certi versi si parla genericamente di settore pubblico o privato, per altri aspetti e riferendosi ad altri concetti ci si chiede quale debba essere l’ambito territoriale e giuridico che sia idoneo a gestire meglio le varie esigenze e i diritti di tutti i soggetti coinvolti, in questo caso quindi si restringe o si allarga il dibattito ad un livello locale, regionale, nazionale e persino sovranazionale. Si delinea quindi una situazione che vede contrapporsi una visione etica e sociale, ma per certi versi utopistica, ad una economica e liberista, magari più concreta ma anche meno garantista nei confronti dell’utenza di questo servizio indispensabile. L’Autore, anche tenendo presente la situazione italiana e i referendum di prossima attuazione, non ha dubbi e si schiera a favore dell’acqua pubblica e dell’accesso al servizio visto come diritto essenziale ed innegabile. Personalmente ho trovato il libro ovviamente un po’ di parte, eppure interessante; questo soprattutto perché, contrastando un certo tipo di dogmatismo facilone, in alcuni punti sembra voler dimostrare che la privatizzazione non è sempre garanzia né di nuovi investimenti né di rinnovata efficienza. Rimane poi condivisibile l’impostazione ideologica che, a mio avviso giustamente, ci ricorda che l’acqua sia effettivamente così indispensabile da meritargli un inquadramento giuridico che superi la mera assimilazione a semplice prodotto merceologico. Il problema semmai è di trovare i modi di renderla effettivamente disponibile a tutti nelle quantità, nella qualità e al prezzo che la rendano effettivamente fruibile e, riguardo alle modalità per perseguire questo obiettivo non sono personalmente convinto che la cosiddetta gestione "in house" sia la soluzione al problema.
lunedì 23 maggio 2011
Recensione: Cavour e Bismarck - Due leader fra liberalismo e cesarismo
“Cavour a Bismarck – Due leader fra liberalismo e cesarismo”, di Gian Enrico Rusconi, edizioni Il Mulino, ISBN 978-88-15-14657-1. L’opera mette in atto un paragone fra i due uomini politici, entrambi costruttori delle rispettive unità nazionali, ne mette in evidenza i tratti comuni ma anche le notevoli differenze di stile di governo. Il politico piemontese è infatti considerato un tipico paladino dello stile parlamentare liberale, mentre Bismarck, incarnando soprattutto il principio dell’autorità monarchica tende invece a presentare un modo di far politica che quasi si contrappone all’attività e al potere del parlamento. Nel momento in cui l’Autore porta avanti il paragone fra questi due personaggi dai modi diversi ma dai destini simili, ci si addentra anche in altri aspetti politici rilevanti, come quello relativo alla ragione di Stato, all’uso più o meno legittimo della forza, riguardo alla definizione di realpolitik ed al modo di porla in atto. Interessante anche la riflessione sulle possibili strumentalizzazioni della Democrazia di massa, quale ad esempio si configura il bonapartismo o più in generale il cesarismo. Nonostante l’interesse sia per i personaggi sia per l’argomento, non sono riuscito ad appassionarmi a questo libro; a mio avviso infatti esso appare a tratti frammentario e in sintesi di poca sostanza.
mercoledì 18 maggio 2011
UNA RIFLESSIONE SUL MOVIMENTO DI COMUNIONE E LIBERAZIONE BASANDOSI SULL’INDAGINE “La Lobby di Dio” di Ferruccio Pinotti.
Recentemente ho avuto l’occasione di imbattermi nel libro di Ferruccio Pinotti “La Lobby di Dio – fede, affari e politica. La prima inchiesta su Comunione e Liberazione e La Compagnia delle Opere”, edizioni Chiarelettere, ISBN 978-88-6190 che svolge un’inchiesta sul fenomeno di Comunione e Liberazione (CL) e del suo braccio economico-finanziario, La Compagnie delle Opere (CdO). Entrambe le realtà riscuotono, da una parte un crescente successo, dall’altra sollevano perplessità e timori rispetto alla loro natura, agli scopi dichiarati o a esse attribuiti oppure relativamente alla loro crescente influenza che ormai ha conseguito un certo peso sia politico sia economico. L’opera termina con un giudizio sostanzialmente negativo riguardo alla natura ed agli effetti globali prodotti da CL intesa nella sua globalità. Personalmente mi allineo in linea generale a questo giudizio, tuttavia ritengo che questo fenomeno, e altri simili meritino, almeno sul piano individuale di essere analizzati con maggiore attenzione. Penso che l’analisi di quanto è riconducibile alla realtà CL possa essere svolta su più livelli e prospettive diverse che tendono continuamente a interconnettersi e a sovrapporsi. Sul piano individuale è probabile che le persone che aderiscono al movimento sfuggano in parte, chi più chi meno, alle categorizzazioni esplicitate dall’indagine; quando invece si proceda su un piano più generale mi sembra che le omologazioni prodotte dall’Autore acquistino maggiore visibilità e veridicità. In ogni caso, ritengo che sia fuorviante sostenere che chi milita in questi tipi di organizzazioni siano sostanzialmente persone già alla base vulnerabili, sviabili, plagiate, invasate o deboli, come invece sembra che sia l’opinione dei principali detrattori di CL, io penso invece che siano di più quei soggetti che abbiano interiorizzato attraverso una precoce opera di indottrinamento una forte ideologia che non è facile scalfire e che soprattutto difficilmente ormai essi stessi mettono in discussione, tanto più che l’ambiente che frequentano e il relativo successo che riscuote la loro formula associativa od altre simili tende a confortarli sul fatto di essere dalla parte del giusto. In ogni caso ritengo si possa affermare come per essi sia effettivamente riscontrabile l’effetto di una capillare opera di educazione ricevuta in età giovanile e come questo situazione confermi la veridicità delle affermazione fatte ormai quasi tre secoli fa da un pensatore reazionario quale fu Joseph De Maistre, paladino del “partito” clericale ed acceso sostenitore del primato della chiesa cattolica e della figura del Pontefice.
Dal mio punto di vista, mi appare plausibile il quadro psicologico riferibile all’”adepto”e tratteggiato all’interno dell’intero lavoro di Pinotti, ma soprattutto approfondito nella parte dedicata all’analisi dello psicologo Luigi Cortesi. In particolare, la frase:” :”In CL incontri la ragazza, ti sposi, trovi lavoro, fai figli, li educhi, li sistemi, sempre con ciellini e tra ciellini. E’ un vuoto che ti dà l’impressione della pienezza”, mi sembra che da una parte riassuma bene il concetto, mentre dall’altra lascia una serie di interrogativi e di dubbi irrisolti. Viene infatti spontaneo chiedersi .”Si ok! Ma qual è l’alternativa?!”, oppure “Ma questo è necessariamente un male?”. L’analisi di Cortesi fornisce una serie di motivazione per le quali questo genere di situazioni non siano né positive né auspicabili, ma rischino invece di divenire potenzialmente patologiche. Esse infatti implicano forme di ripiegamento, di chiusura di esclusione verso il mondo esterno e una forte rinuncia della propria individualità. Io condivido completamente queste riflessioni, bisogna però riconoscere come spesso, ad un certo individuo non venga posta dalle circostanze una vera alternativa fra “vuoto” e “pieno”, ma solo fra forme progressivamente meno attraenti di “vuotezza”. Costruire da soli una forte e sicura personalità non è cosa da tutti; in ogni caso l’indipendenza e l’individualismo spesso non semplificano la vita, anzi! Pertanto mi sembra quantomeno prudente essere un po’ comprensivi e accondiscendenti verso coloro che, probabilmente persino con un certo grado di consapevolezza, scelgono di rimanere protetti nel bozzolo della loro bella favola, soprattutto nel momento in cui questa preveda un pacchetto completo comprendente ideali, certezze, amicizie ed affetti. Aggiungo anche che, a mio avviso, Il successo di queste organizzazioni si spiega anche con il fatto che molti sono coloro che sono disposti a sacrificare parte della propria individualità per aderire ad un modello che allontana il dubbio e propone un pacchetto di “servizi” in grado di semplificare effettivamente la propria esistenza. Sono per altro sicuro che, per quelli disposti ad aderire alla “regola” e che ben la sopportano, il vantaggio sia reale e non illusorio, pertanto nei loro confronti, non c’è a ben vedere ne trucco ne inganno. Chi ci sta’ ben lo sa e ben lo percepisce; in fondo infatti tutto ciò riproduce la logica che sottende molti sistemi di tipo corporativo e clientelistico i quali si propongono di assicurare ai propri membri un certo grado di protezione in cambio di fedeltà. In questo caso viene aggiunto a titolo di sovrappiù anche un confortante mantello ideologico. Solo chi sta fuori percepisce effettivamente come questi generi di accordi possano diventare pericolosi, in primis proprio per quelli che non appartengono alla comunità in quanto individualmente si trovano sempre in svantaggio nei confronti di una entità che, seppur minoritaria, si avvale di un superiore livello di organizzazione, ma anche per quegli interni che, per qualche motivo non si trovino più in accordo con la “regola” da seguire, per i quali si pone il dilemma se fingere assenso o subire qualche forma spesso rilevante di distacco e forse persino di ostracismo.
E’ giunto quindi il momento di arrivare alle conclusioni personali riguardo al mio giudizio sul Movimento. Come premesso la mia idea su CL è sostanzialmente negativa. Il mio sistema di valori, la mia educazione e la mia etica rifiutano categoricamente un sistema che si presenta come dogmatico, settario, totalizzante (e forse totalitario) e, dal mio punto di vista liberticida (nel senso che non incoraggia la libertà individuale) e che in sovrappiù, rischia di degenerare progressivamente in una lobby politico-economica di matrice clientelare. In ogni caso, nell’ottica delle reciproche distanze e di differenze che ritengo difficilmente sanabili, posso ammettere che CL possa comunque, volendo, svolgere un ruolo utile. Per sua natura ed in nome dei principi etici e religiosi che l’hanno originata CL potrebbe sicuramente continuare a svolgere una importante missione di testimonianza cristiana ed una fattiva attività di impegno sociale, tutto ciò però a patto che si tenga alla larga dalla vita economica e politica, come pare fosse per altro nelle intenzioni del fondatore Don Giussani. Posto però che ormai l’invadenza del movimento è già percepibile in entrambi gli ambienti, da una parte attraverso il sistema delle candidature di simpatizzanti e dall’altra tramite l’attività della CdO, toccherebbe al Movimento stesso, a rigor di logica, fare un passo indietro e avviare una fase di ripensamento. Questo, a parer mio, può avvenire solo se, da una parte l’elite che guida il Movimento smette di avvalersi della propria influenza sulla “base” per promuovere attivamente la convergenza del voto verso candidati che simpatizzano o peggio promuovono gli interessi mondani di entità economiche o di soggetti legati a qualche titolo a CL; dall’altra, a patto che la maggioranza degli aderenti, in piena autonomia e a livello di singolo aderente la smetta di riporre cieca fiducia riguardo alle indicazioni di natura politica che gli vengono proposte dall’alto. Lo sviluppo di una autocoscienza critica è infatti fondamentale in Democrazia e costituisce l’unico vero antidoto al veleno del lobbysmo e del clientelismo e pertanto, ogni individuo, per quanto a sua volta inserito in una serie di collettività più ampie, non può delegare la responsabilità e la consapevolezza delle proprie scelte a livelli più alti rispetto al piano individuale. In Democrazia, l’elettore ha il dovere di non fidarsi a priori di nessuna formula o soluzione preformattata, ha la responsabilità di meditare sui temi che più li stanno a cuore e, di conseguenza, deve assumersi autonomamente l’onere di scegliersi da se il rappresentante che ritiene più adatto, sorvegliandone infine l’attività politica. Riguardo a questo processo i ciellini mi appaiono, forse per eccesso di fiducia verso i propri leader, estremamente carenti e pertanto si prestano ad essere manipolati e strumentalizzati.
Dal mio punto di vista, mi appare plausibile il quadro psicologico riferibile all’”adepto”e tratteggiato all’interno dell’intero lavoro di Pinotti, ma soprattutto approfondito nella parte dedicata all’analisi dello psicologo Luigi Cortesi. In particolare, la frase:” :”In CL incontri la ragazza, ti sposi, trovi lavoro, fai figli, li educhi, li sistemi, sempre con ciellini e tra ciellini. E’ un vuoto che ti dà l’impressione della pienezza”, mi sembra che da una parte riassuma bene il concetto, mentre dall’altra lascia una serie di interrogativi e di dubbi irrisolti. Viene infatti spontaneo chiedersi .”Si ok! Ma qual è l’alternativa?!”, oppure “Ma questo è necessariamente un male?”. L’analisi di Cortesi fornisce una serie di motivazione per le quali questo genere di situazioni non siano né positive né auspicabili, ma rischino invece di divenire potenzialmente patologiche. Esse infatti implicano forme di ripiegamento, di chiusura di esclusione verso il mondo esterno e una forte rinuncia della propria individualità. Io condivido completamente queste riflessioni, bisogna però riconoscere come spesso, ad un certo individuo non venga posta dalle circostanze una vera alternativa fra “vuoto” e “pieno”, ma solo fra forme progressivamente meno attraenti di “vuotezza”. Costruire da soli una forte e sicura personalità non è cosa da tutti; in ogni caso l’indipendenza e l’individualismo spesso non semplificano la vita, anzi! Pertanto mi sembra quantomeno prudente essere un po’ comprensivi e accondiscendenti verso coloro che, probabilmente persino con un certo grado di consapevolezza, scelgono di rimanere protetti nel bozzolo della loro bella favola, soprattutto nel momento in cui questa preveda un pacchetto completo comprendente ideali, certezze, amicizie ed affetti. Aggiungo anche che, a mio avviso, Il successo di queste organizzazioni si spiega anche con il fatto che molti sono coloro che sono disposti a sacrificare parte della propria individualità per aderire ad un modello che allontana il dubbio e propone un pacchetto di “servizi” in grado di semplificare effettivamente la propria esistenza. Sono per altro sicuro che, per quelli disposti ad aderire alla “regola” e che ben la sopportano, il vantaggio sia reale e non illusorio, pertanto nei loro confronti, non c’è a ben vedere ne trucco ne inganno. Chi ci sta’ ben lo sa e ben lo percepisce; in fondo infatti tutto ciò riproduce la logica che sottende molti sistemi di tipo corporativo e clientelistico i quali si propongono di assicurare ai propri membri un certo grado di protezione in cambio di fedeltà. In questo caso viene aggiunto a titolo di sovrappiù anche un confortante mantello ideologico. Solo chi sta fuori percepisce effettivamente come questi generi di accordi possano diventare pericolosi, in primis proprio per quelli che non appartengono alla comunità in quanto individualmente si trovano sempre in svantaggio nei confronti di una entità che, seppur minoritaria, si avvale di un superiore livello di organizzazione, ma anche per quegli interni che, per qualche motivo non si trovino più in accordo con la “regola” da seguire, per i quali si pone il dilemma se fingere assenso o subire qualche forma spesso rilevante di distacco e forse persino di ostracismo.
E’ giunto quindi il momento di arrivare alle conclusioni personali riguardo al mio giudizio sul Movimento. Come premesso la mia idea su CL è sostanzialmente negativa. Il mio sistema di valori, la mia educazione e la mia etica rifiutano categoricamente un sistema che si presenta come dogmatico, settario, totalizzante (e forse totalitario) e, dal mio punto di vista liberticida (nel senso che non incoraggia la libertà individuale) e che in sovrappiù, rischia di degenerare progressivamente in una lobby politico-economica di matrice clientelare. In ogni caso, nell’ottica delle reciproche distanze e di differenze che ritengo difficilmente sanabili, posso ammettere che CL possa comunque, volendo, svolgere un ruolo utile. Per sua natura ed in nome dei principi etici e religiosi che l’hanno originata CL potrebbe sicuramente continuare a svolgere una importante missione di testimonianza cristiana ed una fattiva attività di impegno sociale, tutto ciò però a patto che si tenga alla larga dalla vita economica e politica, come pare fosse per altro nelle intenzioni del fondatore Don Giussani. Posto però che ormai l’invadenza del movimento è già percepibile in entrambi gli ambienti, da una parte attraverso il sistema delle candidature di simpatizzanti e dall’altra tramite l’attività della CdO, toccherebbe al Movimento stesso, a rigor di logica, fare un passo indietro e avviare una fase di ripensamento. Questo, a parer mio, può avvenire solo se, da una parte l’elite che guida il Movimento smette di avvalersi della propria influenza sulla “base” per promuovere attivamente la convergenza del voto verso candidati che simpatizzano o peggio promuovono gli interessi mondani di entità economiche o di soggetti legati a qualche titolo a CL; dall’altra, a patto che la maggioranza degli aderenti, in piena autonomia e a livello di singolo aderente la smetta di riporre cieca fiducia riguardo alle indicazioni di natura politica che gli vengono proposte dall’alto. Lo sviluppo di una autocoscienza critica è infatti fondamentale in Democrazia e costituisce l’unico vero antidoto al veleno del lobbysmo e del clientelismo e pertanto, ogni individuo, per quanto a sua volta inserito in una serie di collettività più ampie, non può delegare la responsabilità e la consapevolezza delle proprie scelte a livelli più alti rispetto al piano individuale. In Democrazia, l’elettore ha il dovere di non fidarsi a priori di nessuna formula o soluzione preformattata, ha la responsabilità di meditare sui temi che più li stanno a cuore e, di conseguenza, deve assumersi autonomamente l’onere di scegliersi da se il rappresentante che ritiene più adatto, sorvegliandone infine l’attività politica. Riguardo a questo processo i ciellini mi appaiono, forse per eccesso di fiducia verso i propri leader, estremamente carenti e pertanto si prestano ad essere manipolati e strumentalizzati.
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RELIGIONI E SPIRITUALITA'
giovedì 5 maggio 2011
Recensione: La Lobby di Dio
“La Lobby di Dio – fede, affari e politica. La prima inchiesta su Comunione e Liberazione e La Compagnia delle Opere”, di Ferruccio Pinotti, edizioni Chiarelettere, ISBN 978-88-6190-093-6. Il libro cerca di descrivere il fenomeno di Comunione e Liberazione (CL) e del suo braccio economico-finanziario, la Compagnie delle Opere (CdO). Entrambe le realtà riscuotono, da una parte un crescente successo, dall’altra sollevano perplessità e timori rispetto alla loro natura, agli scopi dichiarati o ad esse attribuiti oppure in relazione alla loro crescente influenza che ormai si ritiene abbia conseguito un certo peso sia politico che economico. L’opera si pone l’obiettivo di svolgere un indagine il più possibile equilibrata e pertanto non “contro CL, ma su CL” secondo le conclusioni dello stesso autore; ma sullo sfondo, a parer mio, emerge la stigmatizzazione di entrambe le realtà da parte del medesimo.
Premetto che, libri di questo tipo appartengono sostanzialmente ad un genere che definirei “ideologico”, di conseguenza piacciono o meno al lettore a seconda delle proprie convinzioni di partenza che spesso ne giustificano la stessa intenzione di acquisto e che di norma non mutano, ma anzi vengono rafforzate dalla lettura . Probabilmente quindi non ha molto valore il mio giudizio positivo su quest’opera che a parer mio è ben curata ed illuminante.
Premetto che, libri di questo tipo appartengono sostanzialmente ad un genere che definirei “ideologico”, di conseguenza piacciono o meno al lettore a seconda delle proprie convinzioni di partenza che spesso ne giustificano la stessa intenzione di acquisto e che di norma non mutano, ma anzi vengono rafforzate dalla lettura . Probabilmente quindi non ha molto valore il mio giudizio positivo su quest’opera che a parer mio è ben curata ed illuminante.
lunedì 2 maggio 2011
Recensione: Perché il sesso è divertente?
“Perché il sesso è divertente?”, titolo originale “Why is Sex fun?”, di Jared Diamond, edizioni BUR, ISBN 88-17-01352-8. Il titolo del libro lascia un po’ a desiderare mentre i contenuti sono molto interessanti, come per altro è ormai consuetudine per uno scrittore (autore anche di “armi, acciaio e malattie” e di “collasso”) che incontra sicuramente i miei gusti. Il tema trattato è il comportamento sessuale umano che per molti versi costituisce un’eccezione nel mondo animale e persino nella ristretta cerchia della famiglia dei mammiferi. Gli esseri umani tendono, infatti, ad essere monogami (nonostante ci siano ragioni che spiegano una certa propensione al tradimento del partner!), mentre le femmine umane hanno sviluppato il meccanismo del ciclo mestruale e dell’ovulazione occulta che sembrano meccanismi apparentemente in contraddizione con la logica nonché fuori standard rispetto a ciò che accade nelle maggior parte delle specie a noi più prossime, per lo più caratterizzate dal periodo di estro e dalla ovulazione manifesta a cui segue normalmente una completa indifferenza, sia dei maschi che delle femmine, per la sfera sessuale. Anche il nostro approccio intimista al sesso sembra differenziarsi dalla norma, mentre altre caratteristiche fisiologiche come, ad esempio, la menopausa femminile sono caratteristiche esclusive (o quasi) delle nostre femmine, ed è molto interessante come quest’aspetto fisiologico possa svolgere una sorta di funzione protettiva nei confronti delle stesse. Sconvolgente per il sottoscritto la scoperta di una potenziale possibilità fisiologica della lattazione maschile! In pratica, per essere mammiferi ci distinguiamo per essere un po’ strani, estremamente goderecci, un pochino perversi e sicuramente dispersivi ed inefficienti rispetto alla norma del resto del mondo animale, eppure, dal punto di vista evolutivo esistono spiegazioni convincenti riguardo al perché ci comportiamo in maniera così inusuale e apparentemente poco “razionale”. Sappiamo, che ciò che ci ha portato a distinguerci progressivamente dal resto del mondo animale sono caratteristiche evolutive come un certo sviluppo relativo del nostro encefalo, la posizione eretta, il pollice opponibile, e così via! Sembra però che dobbiamo abituarci all’idea che abbiano contato anche un certo sovradimensionamento relativo dei nostri organi sessuali e soprattutto, le nostre complicate strategie in tema di “guerra dei sessi” che hanno finito, per il tramite di bizzarri mutamenti fisiologici e attraverso elaborati rituali di accoppiamento, per distinguerci e caratterizzarci dal resto del modo animale.
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