venerdì 29 aprile 2011
Recensione: Garibaldi
“Garibaldi”, di Andrea Possieri, edizioni Il Mulino, ISBN 978-88-15-13975-7. Il libro tratta la biografia di del nostro popolarissimo eroe risorgimentale. Il ritratto dell’”eroe dei due mondi” è asciutto, efficace, privo di retorica o sensazionalismi; se ne ricava un quadro realistico dell’uomo che sta dietro l’eroe. Garibaldi è innanzi tutto un marinaio che conduce un’esistenza ordinaria fino a che non viene coinvolto dai Democratici mazziniani (allora erano assimilabili a degli estremisti!) in un tentativo insurrezionale a Genova nel 1833-34 che lo costringe alla fuga in America del Sud. In Brasile, sempre in contatto con la numerosa comunità di transfughi italiani, ne segue in un certo senso i destini, assumendo a mano a mano il ruolo di protagonista. Si lascia coinvolgere nel tentativo insurrezionale della Repubblica del Rio Grande e nella guerra fra Uruguay ed Argentina, ed in questi conflitti acquisisce sia la sua peculiare esperienza militare che la doppia fama,che lo contraddistinguerà anche successivamente: eroico, e avventuroso condottiero per i democratici da una parte; ateo, fosco e violento bandito per i conservatori, dall’altra. Al ritorno dall’America, Garibaldi sarà coinvolto, sempre più da protagonista, in tutti i principali fatti risorgimentali a partire dai moti del ’48 fino alla spedizione dei mille ed oltre. Sempre farà da catalizzatore di uomini, sempre si distinguerà per le sue abilità di comandante militare, ma in fine, la sua visione politica, per alcuni aspetti moderna, per altri utopistica ed a tratti confusa ed ambivalente ne uscirà sconfitta ed annichilita, imbrigliata, non senza qualche difficoltà, dal lucido pragmatismo di Cavour.
mercoledì 20 aprile 2011
Recensione: L'Angola Indipendente
“L’Angola Indipendente”, di Maria Cristina Ercolessi, edizioni Carocci, ISBN 978-88-430-5788-7. Il libro riassume in maniera sintetica ed efficace la storia del Paese africano fin dai primi momenti della colonizzazione portoghese, i cui primi contatti risalgono all’ultimo decennio del quindicesimo secolo, fino ai giorni nostri. I periodi che vengono maggiormente approfonditi sono da una parte, quello della fase coloniale moderna, che comprende un lasso di tempo che parte dai primi anni del novecento per arrivare fino all’indipendenza, conseguita nel 1975, dall’altra, la fase successiva all’indipendenza che giunge dalla dichiarazione fino ai giorni nostri. Soprattutto la seconda fase storica, quella che interessa il paese dal 1975 è caratterizzata dallo stato di guerra civile continua che vede contrapporsi le forze del MPLA, d’inspirazione marxista-leninista ed appoggiate lungamente dal blocco sovietico, a FPLA ed UNITA di orientamento filo-occidentale e supportate da varie potenze regionali quali il Sud Africa e l’ex Zaire. La fase della guerriglia cesserà solo dopo la caduta del regime “bianco”Sudafricano e l’uccisione del leader carismatico dell’UNITA Jonas Savimbi avvenuta nel 2002. In tutto questo periodo e fino ai giorni nostri il MPLA resterà al potere, subendo però trasformazioni che finiranno per allontanarlo, almeno formalmente, dalla stretta osservanza della dottrina marxista-leninista per imboccare, sotto tutela ONU, la via delle consultazioni democratiche.
Il Paese in se ricchissimo, è ancora ampiamente sottosviluppato ed in formazione, le ferite inferte alla popolazione ed al territorio dalla lunga fase di guerra civile, di ingerenza esterna e di malgoverno locale saranno lunghe da risanare, mentre continuano ad intravvedersi tensioni separatiste e su base tribale. Nonostante ciò, l’Angola ha le risorse e le possibilità per iniziare un percorso di sviluppo che porti ad un rapido miglioramento delle condizioni della popolazione ed a una migliore gestione e redistribuzione delle ampie risorse a disposizione. Il Paese ha dunque tutte le potenzialità per assumere un ruolo di rilevanza all’interno del panorama africano.
Il Paese in se ricchissimo, è ancora ampiamente sottosviluppato ed in formazione, le ferite inferte alla popolazione ed al territorio dalla lunga fase di guerra civile, di ingerenza esterna e di malgoverno locale saranno lunghe da risanare, mentre continuano ad intravvedersi tensioni separatiste e su base tribale. Nonostante ciò, l’Angola ha le risorse e le possibilità per iniziare un percorso di sviluppo che porti ad un rapido miglioramento delle condizioni della popolazione ed a una migliore gestione e redistribuzione delle ampie risorse a disposizione. Il Paese ha dunque tutte le potenzialità per assumere un ruolo di rilevanza all’interno del panorama africano.
martedì 12 aprile 2011
Immigrati, Europa e pasticci
Le affermazioni del Ministro dell’Interno Maroni e la posizione del Governo italiano causate dal massiccio afflusso di clandestini hanno aperto un profondo dissidio con gli altri partner europei. Gli alleati europei si trincerano dietro ad un rigoroso formalismo riguardo alle interpretazioni del trattato di Schengen, il quale permette la libera circolazione ai soli soggetti muniti di passaporto, dall’altro lato invece, le autorità italiane invocano l’eccezione rispetto alla forma e chiedono agli altri membri UE una fattiva collaborazione rispetto al problema della gestione dei clandestini, da attuarsi preferibilmente attraverso una redistribuzione degli stessi presso i vari Paesi dell’Unione. Di fronte al netto rifiuto di collaborazione da parte degli altri partner il Ministro Maroni è arrivato a prospettare una rottura fra Italia e UE, evidentemente esagerando un poco riguardo ai toni, ma in fondo, esprimendo un malessere condiviso da non sottovalutare.
Il problema dei clandestini è serio e la delusione da parte italiana per la scarsa collaborazione UE è in parte moralmente giustificabile. Bisogna però sottolineare che l’atteggiamento italiano è formalmente sbagliato ed irrispettoso non solo delle regole condivise, ma anche dello stesso “spirito” di Schengen, che doveva garantire la libera circolazione dei cittadini della UE e non di tutti i soggetti in assoluto, meno che mai i clandestini e quelli che, a torto o a ragione, risultano “indesiderabili”. I politici italiani continuano a incorrere nei medesimi errori nei confronti delle controparti europee, da una parte danno l’impressione di considerare con troppa disinvoltura le regole stabilite consensualmente fornendone continuamente interpretazioni od estensioni non concordate a priori con gli altri partner e non capendo come questa nostra attitudine sia considerata sgradevole e scorretta dagli altri attori europei; dall’altra sembra che la nostra classe politica non sia veramente in grado ne di raggiungere la conoscenza esatta di tali accordi, o peggio, che ne sia consapevole, ma ignori volutamente gli impegni per svolgere propaganda ai fini della politica interna ma a scapito della nostra credibilità internazionale. Un bel pasticcio quindi, forse causato da soggetti abituati a parlare solo alle piazze e senza pensare troppo, che però rischiamo di pagare caro.
Il problema dei clandestini è serio e la delusione da parte italiana per la scarsa collaborazione UE è in parte moralmente giustificabile. Bisogna però sottolineare che l’atteggiamento italiano è formalmente sbagliato ed irrispettoso non solo delle regole condivise, ma anche dello stesso “spirito” di Schengen, che doveva garantire la libera circolazione dei cittadini della UE e non di tutti i soggetti in assoluto, meno che mai i clandestini e quelli che, a torto o a ragione, risultano “indesiderabili”. I politici italiani continuano a incorrere nei medesimi errori nei confronti delle controparti europee, da una parte danno l’impressione di considerare con troppa disinvoltura le regole stabilite consensualmente fornendone continuamente interpretazioni od estensioni non concordate a priori con gli altri partner e non capendo come questa nostra attitudine sia considerata sgradevole e scorretta dagli altri attori europei; dall’altra sembra che la nostra classe politica non sia veramente in grado ne di raggiungere la conoscenza esatta di tali accordi, o peggio, che ne sia consapevole, ma ignori volutamente gli impegni per svolgere propaganda ai fini della politica interna ma a scapito della nostra credibilità internazionale. Un bel pasticcio quindi, forse causato da soggetti abituati a parlare solo alle piazze e senza pensare troppo, che però rischiamo di pagare caro.
lunedì 4 aprile 2011
Recensione: Guerre, Armi e Democrazia
“Guerre, Armi e democrazia”, titolo originale “Wars, Guns and Votes. Democracy in dangerous places”, di Paul Collier, edizioni Laterza, ISBN 978-88-420-8895-0. E’ un’opera molto interessante scritta da uno studioso di scienze economiche, particolarmente esperto nel settore delle economie africane. Il libro è dedicato esplicitamente ai Paesi dell’”ultimo miliardo”, ovvero a quegli Stati (perlopiù africani) che accolgono l’ultimo miliardo di popolazione in termini di arretratezza di sviluppo economico. L’autore, attraverso l’analisi di una serie di dati economici e statistici si pone delle domande scomode riguardo a questi Paesi: ad essi ha giovato e giova la democrazia? Essa porta sviluppo e tranquillità sociale? Oppure, in qualche modo il ricorso al voto “interferisce” con lo sviluppo economico e la pace sociale delle popolazioni in oggetto? Quanto sono importanti le divisioni interne, ed in particolare, quelle religiose ed etniche? In quali casi è lecita l’interferenza politica di potenze estere o di organizzazioni internazionali? Qual è l’efficacia del peace keeping? E’ lecito rovesciare un dittatore con la forza intervenendo direttamente, appoggiando o fomentando una guerra civile o ispirando oppure avallando un golpe militare? Alla fine il libro fornisce risposte interessanti ed anche parecchio sorprendenti. Per ciò che mi riguarda, ne ho ricavato molti spunti di riflessione che possono essere applicati anche alle nostre società e democrazie più stabili e mature; una bella lista di opzioni da applicare e di errori da evitare.
lunedì 28 marzo 2011
Qualche riflessione riguardo ai referendum sull'"acqua pubblica"
A parer mio, gli obiettivi dei due quesiti referendari riguardante la gestione dell’acqua potabile dovrebbero essere sottoposti a qualche verifica e a qualche chiarimento.
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Primo quesito: (fonte www.acquabenecomune.org)
Modalità di affidamento e gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica. Abrogazione
«Volete voi che sia abrogato l'art. 23 bis (Servizi pubblici locali di rilevanza economica) del decreto legge 25 giugno 2008 n.112 "Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria" convertito, con modificazioni, in legge 6 agosto 2008, n.133, come modificato dall'art.30, comma 26 della legge 23 luglio 2009, n.99 recante "Disposizioni per lo sviluppo e l'internazionalizzazione delle imprese, nonché in materia di energia" e dall'art.15 del decreto legge 25 settembre 2009, n.135, recante "Disposizioni urgenti per l'attuazione di obblighi comunitari e per l'esecuzione di sentenze della corte di giustizia della Comunità europea" convertito, con modificazioni, in legge 20 novembre 2009, n.166, nel testo risultante a seguito della sentenza n.325 del 2010 della Corte costituzionale?»
FINALITA' DEL PRIMO QUESITO: fermare la privatizzazione dell’acqua
Si propone l’abrogazione dell’art. 23 bis (dodici commi) della Legge n. 133/2008 , relativo alla privatizzazione dei servizi pubblici di rilevanza economica.
È l’ultima normativa approvata dal Governo Berlusconi. Stabilisce come modalità ordinarie di gestione del servizio idrico l’affidamento a soggetti privati attraverso gara o l’affidamento a società a capitale misto pubblico-privato, all’interno delle quali il privato sia stato scelto attraverso gara e detenga almeno il 40%.
Con questa norma, si vogliono mettere definitivamente sul mercato le gestioni dei 64 ATO (su 92) che o non hanno ancora proceduto ad affidamento, o hanno affidato la gestione del servizio idrico a società a totale capitale pubblico. Queste ultime infatti cesseranno improrogabilmente entro il dicembre 2011, o potranno continuare alla sola condizione di trasformarsi in società miste, con capitale privato al 40%. La norma inoltre disciplina le società miste collocate in Borsa, le quali, per poter mantenere l’affidamento del servizio, dovranno diminuire la quota di capitale pubblico al 40% entro giugno 2013 e al 30% entro il dicembre 2015.
Abrogare questa norma significa contrastare l’accelerazione sulle privatizzazioni imposta dal Governo e la definitiva consegna al mercato dei servizi idrici in questo Paese.
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Mi sembra che il primo quesito sostanzialmente sia avverso al principio che debba essere una società (quindi un’organizzazione economica e/o di scopo) a prendere in carico dalla collettività (il “Comune”?) il servizio di trattamento e distribuzione dell’acqua potabile. Secondariamente, mi sembra anche che il quesito si ponga in opposizione con quella parte della norma che impone la fine delle “gestioni in economie” entro il 31/12/11.
Relativamente al primo quesito faccio quindi le seguenti riflessioni:
1) A me sembra sostanzialmente e formalmente corretto che vi sia una chiara distinzione fra l’ente concessionario e l’entità incaricata di gestire il servizio.
2) Mi sembra anche sostanzialmente corretto che nei criteri di selezione dell’impresa chiamata ad erogare il servizio si faccia esplicito riferimento a “procedure competitive a evidenza pubblica” e soprattutto che ci si richiami ai “principi generali relativi ai contratti pubblici ed in particolare, dei principi di economicità, efficacia, imparzialità, trasparenza, adeguata pubblicità, non discriminazione, parità di trattamento, mutuo riconoscimento e proporzionalità”.
3) Mi sembra poi che non ci sia una preclusione a priori che impedisca la costituzione di società per azioni, mutualistiche, cooperative o persino senza fini di lucro, che possano occuparsi della gestione del servizio e che possano magari essere promosse dall’ente territoriale o persino dalla collettività locale e che si pongano l’obiettivo di partecipare ai bandi di gara per assicurarsi la gestione del servizio.
4) In linea di principio, sono poi favorevole nel porre una scadenza temporale a quelle gestioni la cui attivazione non è stata subordinata in passato a nessun tipo di vaglio preventivo riguardo all’effettiva competitività ed adeguatezza del servizio.
Personalmente quindi, in mancanza di ulteriori elementi che possano farmi modificare quanto espresso sinteticamente qui sopra, non mi sento per nulla predisposto ad aderire alla proposta referendaria. Ed anzi, sarei più propenso ad esprimermi con un “no”, rispetto a quanto lo sia ad astenermi semplicemente.
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Secondo quesito: (fonte www.acquabenecomune.org)
Determinazione della tariffa del servizio idrico integrato in base all'adeguata remunerazione del capitale investito. Abrogazione parziale di norma
«Volete voi che sia abrogato il comma 1, dell’art. 154 (Tariffa del servizio idrico integrato) del Decreto Legislativo n. 152 del 3 aprile 2006 “Norme in materia ambientale”, limitatamente alla seguente parte: “dell’adeguatezza della remunerazione del capitale investito”?»
FINALITA' DEL SECONDO QUESITO: fuori i profitti dall'acqua
Si propone l’abrogazione dell’’art. 154 del Decreto Legislativo n. 152/2006 (c.d. Codice dell’Ambiente), limitatamente a quella parte del comma 1 che dispone che la tariffa per il servizio idrico è determinata tenendo conto dell’ “adeguatezza della remunerazione del capitale investito”.
Poche parole, ma di grande rilevanza simbolica e di immediata concretezza. Perché la parte di normativa che si chiede di abrogare è quella che consente al gestore di ottenere profitti garantiti sulla tariffa, caricando sulla bolletta dei cittadini un 7% a remunerazione del capitale investito, senza alcun collegamento a qualsiasi logica di reinvestimento per il miglioramento qualitativo del servizio.
Abrogando questa parte dell’articolo sulla norma tariffaria, si elimina il “cavallo di Troia” che ha aperto la strada ai privati nella gestione dei servizi idrici: si impedisce di fare profitti sull'acqua.
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Il secondo quesito invece si pone l’obiettivo di abrogare quella parte della norma del Decreto legislativo n°152 del 2006 che riconosce all’interno della tariffa una componente economica ad “adeguata remunerazione del capitale investito”. Da sottolineare che i promotori del quesito referendario stimano tale componente pari al 7% del valore del capitale (valore che non contesto ma del quale non ho trovato giustificazione).
Le mie riflessioni a riguardo sono le seguenti:
a. In linea di principio ritengo che il richiamo esplicito alla remunerazione del capitale investito sia assolutamente sbagliato e fuorviante. Se infatti possiamo ritenere una prassi che, nel nostro sistema socio-economico, la produzione di beni e servizi, nonché la loro distribuzione sia un’attività che di norma possa e debba essere attuata attraverso l’attività d’impresa, non è a mio avviso lecito introdurre a priori nei meccanismi tariffari delle forme di “rendita” che vadano a influenzare la determinazione del prezzo del servizio. In pratica, se vogliamo illuderci che debba essere il “mercato” a determinare la maggiore o minore propensione ad entrare in un certo filone di attività, allora anche la tariffa da retrocedere alla cliente non può arbitrariamente partire da un qualsivoglia “minimo garantito”. Tutto questo poi tenendo conto che i concetti di: Capitale investito; equa remunerazione, risultano di difficilissima interpretazione.
b. Posto poi, che per la natura stessa del servizio erogato, si potrebbe creare spazio in questo tipo di attività d’impresa per quelle entità che operano dichiaratamente senza scopi di lucro, non si riesce a capire come possa essere la stessa norma legislativa a porre dei freni ad una possibile discesa “naturale” del costo del servizio attuata attraverso una gestione ideologica di tale attività.
c. Mi sembra quindi che il vero punto di attenzione non sia tanto legato a quanto debba essere la remunerazione minima del servizio, ma al contrario, vista anche la fondamentale importanza dello stesso in termini economici e soprattutto socio-sanitari, quanto debbano essere i contenuti minimi in termini di qualità e costo massimo del servizio erogato. Pertanto l’approccio del legislatore Nazionale e/o locale dovrebbe incentrarsi nella determinazione dei criteri minimi di qualità alla quale gli enti eroganti debbono sottostare e ai criteri massimi tariffari che possano essere applicati all’utenza e poi lasciare alla libera concorrenza la possibilità di proporre ai fruitori del servizio eventuali situazioni migliorative.
Personalmente quindi, in mancanza di ulteriori elementi che possano farmi modificare quanto espresso sinteticamente qui sopra, sono fortemente determinato ad appoggiare la proposta referendaria.
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Primo quesito: (fonte www.acquabenecomune.org)
Modalità di affidamento e gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica. Abrogazione
«Volete voi che sia abrogato l'art. 23 bis (Servizi pubblici locali di rilevanza economica) del decreto legge 25 giugno 2008 n.112 "Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria" convertito, con modificazioni, in legge 6 agosto 2008, n.133, come modificato dall'art.30, comma 26 della legge 23 luglio 2009, n.99 recante "Disposizioni per lo sviluppo e l'internazionalizzazione delle imprese, nonché in materia di energia" e dall'art.15 del decreto legge 25 settembre 2009, n.135, recante "Disposizioni urgenti per l'attuazione di obblighi comunitari e per l'esecuzione di sentenze della corte di giustizia della Comunità europea" convertito, con modificazioni, in legge 20 novembre 2009, n.166, nel testo risultante a seguito della sentenza n.325 del 2010 della Corte costituzionale?»
FINALITA' DEL PRIMO QUESITO: fermare la privatizzazione dell’acqua
Si propone l’abrogazione dell’art. 23 bis (dodici commi) della Legge n. 133/2008 , relativo alla privatizzazione dei servizi pubblici di rilevanza economica.
È l’ultima normativa approvata dal Governo Berlusconi. Stabilisce come modalità ordinarie di gestione del servizio idrico l’affidamento a soggetti privati attraverso gara o l’affidamento a società a capitale misto pubblico-privato, all’interno delle quali il privato sia stato scelto attraverso gara e detenga almeno il 40%.
Con questa norma, si vogliono mettere definitivamente sul mercato le gestioni dei 64 ATO (su 92) che o non hanno ancora proceduto ad affidamento, o hanno affidato la gestione del servizio idrico a società a totale capitale pubblico. Queste ultime infatti cesseranno improrogabilmente entro il dicembre 2011, o potranno continuare alla sola condizione di trasformarsi in società miste, con capitale privato al 40%. La norma inoltre disciplina le società miste collocate in Borsa, le quali, per poter mantenere l’affidamento del servizio, dovranno diminuire la quota di capitale pubblico al 40% entro giugno 2013 e al 30% entro il dicembre 2015.
Abrogare questa norma significa contrastare l’accelerazione sulle privatizzazioni imposta dal Governo e la definitiva consegna al mercato dei servizi idrici in questo Paese.
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Mi sembra che il primo quesito sostanzialmente sia avverso al principio che debba essere una società (quindi un’organizzazione economica e/o di scopo) a prendere in carico dalla collettività (il “Comune”?) il servizio di trattamento e distribuzione dell’acqua potabile. Secondariamente, mi sembra anche che il quesito si ponga in opposizione con quella parte della norma che impone la fine delle “gestioni in economie” entro il 31/12/11.
Relativamente al primo quesito faccio quindi le seguenti riflessioni:
1) A me sembra sostanzialmente e formalmente corretto che vi sia una chiara distinzione fra l’ente concessionario e l’entità incaricata di gestire il servizio.
2) Mi sembra anche sostanzialmente corretto che nei criteri di selezione dell’impresa chiamata ad erogare il servizio si faccia esplicito riferimento a “procedure competitive a evidenza pubblica” e soprattutto che ci si richiami ai “principi generali relativi ai contratti pubblici ed in particolare, dei principi di economicità, efficacia, imparzialità, trasparenza, adeguata pubblicità, non discriminazione, parità di trattamento, mutuo riconoscimento e proporzionalità”.
3) Mi sembra poi che non ci sia una preclusione a priori che impedisca la costituzione di società per azioni, mutualistiche, cooperative o persino senza fini di lucro, che possano occuparsi della gestione del servizio e che possano magari essere promosse dall’ente territoriale o persino dalla collettività locale e che si pongano l’obiettivo di partecipare ai bandi di gara per assicurarsi la gestione del servizio.
4) In linea di principio, sono poi favorevole nel porre una scadenza temporale a quelle gestioni la cui attivazione non è stata subordinata in passato a nessun tipo di vaglio preventivo riguardo all’effettiva competitività ed adeguatezza del servizio.
Personalmente quindi, in mancanza di ulteriori elementi che possano farmi modificare quanto espresso sinteticamente qui sopra, non mi sento per nulla predisposto ad aderire alla proposta referendaria. Ed anzi, sarei più propenso ad esprimermi con un “no”, rispetto a quanto lo sia ad astenermi semplicemente.
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Secondo quesito: (fonte www.acquabenecomune.org)
Determinazione della tariffa del servizio idrico integrato in base all'adeguata remunerazione del capitale investito. Abrogazione parziale di norma
«Volete voi che sia abrogato il comma 1, dell’art. 154 (Tariffa del servizio idrico integrato) del Decreto Legislativo n. 152 del 3 aprile 2006 “Norme in materia ambientale”, limitatamente alla seguente parte: “dell’adeguatezza della remunerazione del capitale investito”?»
FINALITA' DEL SECONDO QUESITO: fuori i profitti dall'acqua
Si propone l’abrogazione dell’’art. 154 del Decreto Legislativo n. 152/2006 (c.d. Codice dell’Ambiente), limitatamente a quella parte del comma 1 che dispone che la tariffa per il servizio idrico è determinata tenendo conto dell’ “adeguatezza della remunerazione del capitale investito”.
Poche parole, ma di grande rilevanza simbolica e di immediata concretezza. Perché la parte di normativa che si chiede di abrogare è quella che consente al gestore di ottenere profitti garantiti sulla tariffa, caricando sulla bolletta dei cittadini un 7% a remunerazione del capitale investito, senza alcun collegamento a qualsiasi logica di reinvestimento per il miglioramento qualitativo del servizio.
Abrogando questa parte dell’articolo sulla norma tariffaria, si elimina il “cavallo di Troia” che ha aperto la strada ai privati nella gestione dei servizi idrici: si impedisce di fare profitti sull'acqua.
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Il secondo quesito invece si pone l’obiettivo di abrogare quella parte della norma del Decreto legislativo n°152 del 2006 che riconosce all’interno della tariffa una componente economica ad “adeguata remunerazione del capitale investito”. Da sottolineare che i promotori del quesito referendario stimano tale componente pari al 7% del valore del capitale (valore che non contesto ma del quale non ho trovato giustificazione).
Le mie riflessioni a riguardo sono le seguenti:
a. In linea di principio ritengo che il richiamo esplicito alla remunerazione del capitale investito sia assolutamente sbagliato e fuorviante. Se infatti possiamo ritenere una prassi che, nel nostro sistema socio-economico, la produzione di beni e servizi, nonché la loro distribuzione sia un’attività che di norma possa e debba essere attuata attraverso l’attività d’impresa, non è a mio avviso lecito introdurre a priori nei meccanismi tariffari delle forme di “rendita” che vadano a influenzare la determinazione del prezzo del servizio. In pratica, se vogliamo illuderci che debba essere il “mercato” a determinare la maggiore o minore propensione ad entrare in un certo filone di attività, allora anche la tariffa da retrocedere alla cliente non può arbitrariamente partire da un qualsivoglia “minimo garantito”. Tutto questo poi tenendo conto che i concetti di: Capitale investito; equa remunerazione, risultano di difficilissima interpretazione.
b. Posto poi, che per la natura stessa del servizio erogato, si potrebbe creare spazio in questo tipo di attività d’impresa per quelle entità che operano dichiaratamente senza scopi di lucro, non si riesce a capire come possa essere la stessa norma legislativa a porre dei freni ad una possibile discesa “naturale” del costo del servizio attuata attraverso una gestione ideologica di tale attività.
c. Mi sembra quindi che il vero punto di attenzione non sia tanto legato a quanto debba essere la remunerazione minima del servizio, ma al contrario, vista anche la fondamentale importanza dello stesso in termini economici e soprattutto socio-sanitari, quanto debbano essere i contenuti minimi in termini di qualità e costo massimo del servizio erogato. Pertanto l’approccio del legislatore Nazionale e/o locale dovrebbe incentrarsi nella determinazione dei criteri minimi di qualità alla quale gli enti eroganti debbono sottostare e ai criteri massimi tariffari che possano essere applicati all’utenza e poi lasciare alla libera concorrenza la possibilità di proporre ai fruitori del servizio eventuali situazioni migliorative.
Personalmente quindi, in mancanza di ulteriori elementi che possano farmi modificare quanto espresso sinteticamente qui sopra, sono fortemente determinato ad appoggiare la proposta referendaria.
giovedì 24 marzo 2011
Recensione: Ipazia - la Vera Storia
“Ipazia – La vera Storia”, di Silvia Ronchey, edizioni Rizzoli, ISBN 978-88-17-04565-0. Ipazia fu una filosofa del V° secolo vissuta ad Alessandria d'Egitto, barbaramente uccisa da una schiera di fanatici cristiani. Proprio questa fine atroce ha fatto si che Ipazia sia divenuta una sorta di icona laica nei confronti dell’estremismo religioso. Come molti subisco il fascino che circonda la figura di Ipazia, dipinta dai posteri e cantata dai poeti come una donna colta, saggia, influente e persino notevolmente bella! Forse quindi mi attendevo troppo da questo libro che, ammetto, un pochino mi ha deluso probabilmente, proprio a causa delle troppe aspettative. L’opera, per altro fin dall’inizio dichiaratamente scientifica, si basa su di una curata ricerca storica; purtroppo però, di fonti è stato possibile reperirne solo poche e pertanto il libro appare artificiosamente lungo rispetto al materiale a disposizione. A me è sembrato a tratti pure frammentario e ripetitivo. La mia impressione è, che per un testo esclusivamente storiografico, sarebbero bastate la metà delle pagine. Si tratta comunque di un buon libro, che, nel rispetto del personaggio ne stempera i tratti mitici eccessivi; qualcosa infatti della vera Ipazia viene fuori! Essa era sicuramente nobile, colta ed intelligente, ma da lei non vennero ne scoperte eclatanti e neppure una scuola od un metodo che ne perpetuasse il pensiero. Era poi in età matura al momento della morte, pertanto possiamo pensare a lei come ad una donna piacevole e affascinante, ma non ad una bellezza mozzafiato. Meglio così! Un minimo di ridimensionamento delle sue, per altro eccelse qualità, contribuiscono solo a renderla più umana, più vicina e persino più simpatica!
martedì 22 marzo 2011
Recensione: La Maschera dell'Africa
“La Maschera dell’Africa”, titolo originale “The Masque of Africa – Glimpses of African Belief”, di V.S. Naipaul, edizioni Adelphi, ISBN 978-88-459-2540-5. Attraverso le proprie esperienze in alcune regioni dell’Africa equatoriale e meridionale, l’autore cerca di spiegare il rapporto, tuttora vivo ed assai presente, fra i riti e la religione animista tradizionale, la società civile e le “nuove” religioni, cioè il cristianesimo e l’islam, nelle loro varie forme e varianti. Il libro è molto interessante anche se, in un certo senso, un poco incompleto, l’autore, infatti, in più di un’occasione e soprattutto per ragioni di sicurezza personale, non riesce ad andare a fondo nel proprio filone d’indagine. Il libro però è affascinante e da una percezione chiara dell’intenso cambiamento culturale, economico e demografico che è in corso in tanta parte del continente africano. Personalmente sono rimasto stupito da quanto siano diffuse e uniformi le credenze e le pratiche delle varie forme di magia tradizionale e di come questo influisca profondamente sulla vita quotidiana della popolazione nonché sul rapporto fra gli individui ed il territorio. Ritengo anche che il libro suggerisca che ci sia un certo nesso fra le forme di estrema violenza che spesso caratterizzano questi luoghi e le pratiche magiche e religiose che vi vengono praticate; non mi stupisce quindi il richiamo da parte dell’autore, in certi casi persino esplicito al “Cuore di tenebra” di Conrad.
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